Jean Klein

jean Klein

Jean Klein

Domanda : Possiamo ricevere la tranquillità dalle pietre, dagli alberi ?

JK – Quando guardate veramente come un poeta, una grande pietra, non vi limiterete  ad accarezzare la sua superficie o a guardare la luce che vi si riflette.. potete anche tentare di valutarne il peso.. ma da tutto questo sentirete emanare un silenzio che non potete trovare da nessuna parte nel mondo vegetale, nel mondo animale e neppure nell’uomo, si percepisce una tranquillità totale, nessun movimento. Essere insieme, aderire totalmente a questo sentire può essere interessante, perché questa tranquillità di cui parliamo ingloba tutto ciò che è mentale, tutto ciò che succede nello spazio-tempo.

E’ molto interessante “essere la pietra”, essere la tranquillità e l’immobilità.

Essere uno con la pietra è una forma di ringraziamento, perché la pietra ci ha dato la possibilità di essere umani. E’ necessaria una certa riconoscenza perché i vegetali, gli animali, le stelle, la Luna e il Sole ci hanno permesso di essere umani. Potrete trovare la vostra tranquillità originale quando sentirete veramente la pietra.

Domanda : E’ l’amore a rendere la vita così magica ?

JK _ Senza l’amore non vi è magia.

L’intelletto distrugge i sentimenti..

Nell’amore vi è compassione, ma direi anche compassione con discriminazione e discernimento. La sofferenza di una persona è allo stesso tempo un simbolo, un’indicazione ! Se vi è compassione senza chiarezza siete complici con la persona sofferente. Bisogna evitare di cadere nella complicità.

 

 

“Cos’é l’ego ?
L’ego, la coscienza di se in quanto individuo é solo un  concetto. E’ stato creato dai genitori, l’educazione e la società; si cristallizza sotto forma di complessi, di dati e di esperienze. Non possiamo dire che vi sia un ego che si possa descrivere, semmai, vi é uno, due, tre, mille “io”. Voi potete avere una collezione di caratteristiche differenti da quelle del vostro vicino, ma tutta questa serie di tratti, non sono voi. Ogni “io” corrisponde ad una nuova situazione, ma, siccome la memoria trattiene l’ “io” per lungo tempo, quando la situazione é superata, i diversi ego si ritrovano spesso in conflitto in questa collezione nominata personalità. Non possiamo circoscrivere l’aggregato degli “io” memorizzati. Quando constaterete che si tratta unicamente di un oggetto percettibile come gli altri, scoprirete che non é una costante. L’idea di un ego che occupi un centre psichico è un’ipotesi. Togliete tutte le caratteristiche, tutto ciò che credete di essere, tutto ciò che è fenomenico.. Cosa rimane ? Nulla. Semplicemente l’essere, la tranquillità, la presenza”.  Jean Klein,  “La domanda sacra”
Shiva Jnana Dakshninamurti
Shiva Jnana Dakshinamurti

 

“Or qu’est-ce que l’ego ?
L’ego, la conscience de soi en tant qu’individu, n’est qu’un concept parmi d’autres. Il a été créé par les parents, l’éducation et la société. Il se cristallise sous formes de complexes, de données et d’expériences. On ne peut pas dire qu’il y ait un ego qu’on puisse décrire. Il y a un, deux, trois, mille “moi” plutôt. Vous pouvez avoir une collection de caractéristiques différents de celles de votre voisin, mais cette série de traits n’est pas vous. Chaque “moi” correspond à une situation nouvelle, mais, comme la mémoire retient le “moi” longtemps après que la situation est passée, les divers egos se trouvent bien souvent en conflit dans cette collection que nous nommons personnalité. On ne peut circonscrire l’agrégat des “moi” mémorisés. Quand vous constaterez que ce n’est qu’un objet, perceptible comme tous les autres, vous découvrirez que celui-ci n’est pas une constante. L’idée d’un ego qui occuperait un centre psychique est une hypothèse. Enlevez toutes les caractéristiques, tout ce que vous croyez être, tout ce qui est phénoménal… Que reste-t-il ? Rien. Simplement l’être, la tranquillité, la présence.”
Jean Klein “La Quete Sacrée

 

 

 

 

 

 

Notre vraie nature

«Ce qui surgit d’inattendu, d’impromptu, sans cause,
libre de tout passé,
ce qui surgit sans racines,
ce qui ni ne s’épanouit ni ne se flétrit,
ce qui est le plus naturel, libre de toute tension,
c’est cela votre vraie nature. »

Jean Klein

 

 

yoga de l'ecoute

 

 

ambrogio la pace
Ambrogio Lorenzetti – “Allegoria della Pace” 

 

“Aussi longtemps qu’il y a encore un égo, il n’y a pas de silence parce que l’égo ne peut jamais vivre le présent. Il est toujours entre le passé et le futur, entre l’avoir et le devenir; c’est une oscillation constante !

Ce que vous êtes foncièrement apparaît d’une manière abrupte, instantanée, c’est la vraie joie ! Le silence s’éveille après un examen en profondeur, quand on a cette conviction qu’il n’y a rien à atteindre et, de ce fait, toute attente cesse, il y a un lâcher-prise. Ce silence est, de toute éternité !

La naissance et la mort ne sont aussi que projections ! Chaque pensée apparaît et meurt. Quand vous expirez, il y a un silence et l’inspiration vient sans que vous vous en occupiez, le corps se prend en charge… C’est parce que vous vous croyez obligé de vous prendre en charge que vous ne voyez pas les moments de silence, par exemple à la fin d’une expiration ou quand une pensée meurt, quand un son s’éteint !”

Jean Klein

” Finché c’é ancora un ego, non vi é silenzio perché l’ego non può mai vivere il presente, l’ego é sempre tra passato e futuro, tra avere e divenire, é un’oscillazione costante !

Ciò che siete fondamentalmente appare in modo brusco, istantaneo, é la vera gioia ! Il silenzio si risveglia dopo un esame approfondito, quando si ha la convinzione che non vi sia nulla da raggiungere e, di conseguenza, cessa ogni attesa, vi é un abbandono della presa. Quel silenzio é, dall’eternità !

Nascita e morte sono solo proiezioni ! Ogni pensiero appare e muore. Quando espirate, vi é silenzio e l’inspirazione si presenta senza la necessità che ve ne occupiate, il corpo si prende a carico.. Siccome vi credete obbligati di prendervi a carico, non vedete i momenti di silenzio, per esempio alla fine di un’espirazione, quando un pensiero muore o quando un suono si spegne !”

 

 

foglie-dautunno

“Ce que désire véritablement tout désir est le non désir. Le non désir est un état dans lequel on ne demande absolument rien. C’est donc un état de suprême richesse, de plénitude qui se révèle comme Joie et Paix. Vous savez alors que vous ne cherchez rien d’autre au fond que Plénitude et Paix absolue.
Vous voyez, maintenant que vous avez compris la nature intime du but ultime, que celui-ci en réalité n’est pas un but c’est à dire une fin vers laquelle on tend, puisque la Plénitude ne peut être que la conséquence d’une détente et d’un abandon. Ce n’est pas en amassant qu’on obtient la Libération, mais en s’installant dans un “état d’être”qui est en réalité le nôtre et dans lequel nous vivons constamment sans le savoir. Le voudrions -nous que nous ne pourrions vivre un seul instant hors de cet état”. Jean Klein


“Ciò che desidera in realtà ogni desiderio, é il non-desiderio. Il non desiderio é uno stato nel quale non si chiede assolutamente nulla. Si tratta dunque di una stato di suprema ricchezza, di pienezza, che si rivela come Gioia e Pace. Sapete allora che in fondo non state cercando altro che Pienezza e Pace assoluta.

A questo punto constatate di aver capito la natura intima dello scopo ultimo, che in realtà non si tratta di uno scopo, cioè di un fine verso il quale si tende, poiché la Pienezza non può essere la conseguenza di una distensione né di un abbandono. Non si ottiene la Liberazione accumulando, ma collocandosi in uno “stato di essere” che in realtà é nostro e nel quale viviamo costantemente senza saperlo. Anche se lo volessimo, non potremmo vivere un solo istante fuori da questo stato”. Jean Klein

 

 

piedino bimbo

L’idée d’être un individu séparé, d’être une entité séparée est fausse. Il n’y a pas d’entité indépendante; vous ne faites qu’un avec les étoiles, avec la lune, avec les plantes et les pierres, avec la société.
Jean Klein

 

 

salauto il mare
Tant que vous ne savez pas ce qu’est réellement le silence, vous ne vous sentez pas en sécurité dans cet arrêt où ne se trouve pas de place pour l’ego. Celui-ci existe en rapport avec une situation et est toujours poussé à s’approprier quelque chose. Mais si vous êtes conscient qu’il est indispensable de lâcher prise, si vous ne voulez plus imaginer tout le temps, vous laisserez les choses venir naturellement à vous et vous serez libre. Évidemment, à ce moment-là, le « vous » a disparu, il reste uniquement la liberté.
Jean Klein

 

Finché non saprete cosa sia veramente il silenzio, non vi sentirete in sicurezza durante quell’arresto in cui non vi é posto per l’ego, poiché esso esiste in riferimento ad una situazione ed è sempre tentato di appropriarsi di qualcosa.  Ma se voi siete coscienti di quanto sia indispensabile abbandonare prese, se non volete più passare il tempo ad immaginare, lascerete allora che le cose vengano a voi naturalmente e sarete liberi. Evidentemente, a quel punto, il “voi” sarà scomparso, resterà unicamente la libertà.

 

 

blue willow

Intervista a Jean Klein

Mi piacerebbe parlare degli eventi che l’hanno portata al risveglio nella sua vera natura. Per iniziare dal principio di questo viaggio nella sua storia personale, le dispiacerebbe parlarci un po’ della sua infanzia? Fu un’infanzia felice? Già da ragazzo aveva questa serietà, o aveva sentimenti, azioni e reazioni come i suoi coetanei?
Ho avuto un’infanzia molto felice. Quando ero molto giovane, vivevo a Brno, in quella che a quel tempo era la Boemia, poi mio padre fu trasferito a Praga e in seguito a Vienna.
Viveva in città o in campagna?
Vivevo in città ma spesso andavamo in campagna. Mio nonno aveva una fattoria in Boemia, e ogni estate andavamo a trovarlo, amavo andare a cavallo.
Come era l’atmosfera in famiglia? I suoi genitori erano persone religiose o spirituali?
In famiglia c’era un’atmosfera molto armoniosa. I miei genitori amavano la musica, la pittura e la scultura. Mio nonno paterno suonava molto bene la viola. No, i miei genitori non erano persone particolarmente religiose, ma si dedicavano spesso all’apprezzamento estetico.
Che scuola frequentò da piccolo, andò alla scuola pubblica?
Si, ma ero più serio dei miei compagni ed ero contento nel trascorrere molto tempo da solo. Non mi piacevano gli sport competitivi, per esempio, e cercavo ogni modo per evitarli! Gli amici intimi erano sempre molto più grandi di me.
Quando iniziò a suonare il violino?
A circa sette anni. C’era sempre musica nelle nostre vite e ho amato la musica fin dall’infanzia. Uno dei miei zii materni era un ottimo chitarrista e quando avevo sei anni mi comprò una chitarra e per nove mesi mi dette lezioni. Mi piaceva molto e facemmo molta pratica, ma a quel tempo non c’era molta musica per chitarra e così mio padre mi dette un violino. Iniziai subito con dedizione, ero molto serio nella pratica e ho continuato a suonare tutta la vita. Quando avevo circa 14 o 15 anni, come molti adolescenti, iniziai a sentire un forte desiderio di libertà. Era un desiderio di essere libero da tutti i limiti, tutti i condizionamenti. Vivevo in una crisi costante.
Crisi è una parola forte, che cosa intende?
Forse crisi è un termine troppo forte, non intendo una crisi psicologica depressiva, ma una crisi nel senso di essere sempre aperto al cambiamento, al nuovo, ad essere sorpreso. Vivevo in una costante riflessione, iniziai ad investigare in molte cose, sempre con la necessità interiore di comprendere il funzionamento di me stesso. Inizialmente leggendo scritti mistici della tradizione Giudeo Cristiana, poi le mie esplorazioni si rivolsero maggiormente al sociale. A quel tempo ero molto influenzato dalle idee sulla non-violenza di Gandhi ed anche dall’anarchismo e dalle idee sull’autonomia di Max Stirner e John Henry Mackay. Si potrebbe dire che era il periodo dell’anarchia su diversi piani, ma sempre creativa, mai distruttiva. Inizialmente ero interessato a come vivevo con me stesso e poi a come vivevo nella società. Lessi Nietzsche, Dostoevskij, chiunque mettesse in questione il conformismo, e amavo Rilke.
E non è stato in questo periodo che l’idea dell’Ahimsa professata da Gandhi la portò ad essere vegetariano?
Sì a 16 anni, con grande costernazione da parte di mia madre!
Quando era bambino, ci furono dei momenti in cui fu cosciente di sé, cosciente di come funzionava? Perché spesso l’infanzia viene trascorsa in una sorta di sogno nebuloso e ci risvegliamo che siamo giovani adulti.
Ci furono molti momenti di consapevolezza, ma la mia prima vera presa di coscienza fu a circa nove o dieci anni. Stavo suonando il violino e il cane guaiva interrompendo la mia pratica. Acchiappai qualcosa e cominciai a colpirlo e mentre ero con il braccio alzato, vidi gli occhi del cane e realizzai improvvisamente ciò che stavo facendo. Questa fu la prima volta che mi accorsi di essere consapevole in modo bipolare, della mia reazione e dell’impatto della mia reazione. Mi resi conto che la reazione era basata su un senso di superiorità che era inesistente. L’impatto fu molto forte e mai più caddi in quella trappola. Il primo barlume di unità o piena consapevolezza avvenne verso i 17 anni. Stavo aspettando il treno, in un caldo pomeriggio estivo, la banchina era deserta e la campagna addormentata, tutto era silenzioso. Il treno era in ritardo e attesi senza attendere, molto rilassato e libero da tutto il processo del pensiero. Improvvisamente un gallo cantò e quel suono inusuale mi rese consapevole del mio silenzio. Non era il silenzio oggettivo di cui ero cosciente, come spesso succede quando ci si trova in un luogo silenzioso e un improvviso rumore enfatizza il silenzio intorno. Fui proiettato nel mio silenzio, sentii me stesso nella consapevolezza oltre il suono o il silenzio. In seguito, mi accadde diverse volte di provare questa sensazione.
Quando iniziò ad essere interessato più specificatamente alla filosofia orientale?
Il mio interesse per la filosofia orientale, nacque dalla lettura di Ghandi, ma in quel periodo molte persone erano interessate anche a Lao Tze, Chuan Tzu, Tagore. La filosofia orientale era nell’aria. Avevo amici che facevano parte della società teosofica e discutevano su questioni metafisiche. Ho sempre trovato la società teosofica troppo sentimentale, priva di precisione nel suo pensare, ma abbiamo avuto diverse discussioni vivaci. Poi mi arrivò tra le mani una copia del libro di Renè Guenon “Il Simbolismo della Croce” e questo fu un momento di svolta.
In che senso?
Fino ad allora, ero stato influenzato prevalentemente da idee non-strutturali, come ho detto. Ero profondamente anarchico, ma Guénon mi presentò una struttura che mi attrasse immensamente, perché era una struttura metafisica, non una struttura politica o sociale. Per me è stata una introduzione alla cosmologia. Egli parlava dell’integrazione dell’essere e faceva riferimento alla Tradizione.
In quanto opposta al tradizionale?
Sì, per Guénon la Tradizione è il principio trasmesso da maestro a discepolo, attraverso l’iniziazione. Questo risvegliò in me l’intuizione che era umanamente possibile divenire integrati nel tutto.
Fu influenzato da qualcun altro in questo periodo?
Leggevo Coomaraswami, specialmente le sue discussioni con Guenon sulla visione del buddismo, che portarono quest’ultimo a modificare la sua posizione. Lessi Aurobindo, e nel 1929 sentii parlare di Krishnamurti, e di come lasciò la Società Teosofica.
Fu toccato da questa sua scelta?
Ero interessato al motivo per cui la lasciò, simpatizzai con lui. Non ci fu mai un momento in cui volli aderire ad un sistema di idee o credenze. Leggevo al fine di comprendere maggiormente me stesso. Sono sempre stato interessato al funzionamento del corpo-mente, alla relazione tra biologia e psicologia.
Sì, sembra che lei fosse, fin da giovane, interessato a come funziona l’essere umano, alla relazione fra biologia e psicologia. Fu questo che la portò a studiare medicina?
Sì, il mio amore era la musica, e ho studiato medicina per far contento mio padre! Ma in fin dei conti risultò buono, perché i miei studi unirono la biologia e la psicologia, la relazione tra il pensiero, il sentimento e l’azione muscolare. La mia vita era molto intensa, prima della guerra. Ma la mia ricerca, sebbene fosse sincera, era ancora incentrata sulla personalità. Fu soltanto intorno ai 35 anni che diventai orientato. Libero da ogni precedente dispersione!
Quando era in India?
No, perfino prima di andare in India.
E dov’era durante la 2a Guerra Mondiale?
In Algeria e in Francia.
Durante gli anni della Guerra, la sua ricerca continuò?
Sì. Ma, certamente, era difficile in Algeria. E le relazioni personali in Francia non erano così semplici, se si considera l’attività che svolgevo allora. Ma non ho mai abbandonato l’esplorazione interiore.
A che tipo di attività si riferisce?
Diciamo, semplicemente, che faceva parte del retto agire di coloro che intendono sottrarsi all’oppressione.
Continuò a suonare?
Sì. Nel tempo libero, suonavo tre o quattro concerti da camera ogni anno. E organizzai un coro per bambini, in cui le mie figlie cantavano. Davo anche lezioni di musica.
E incontrò qualche personaggio interessante nel campo spirituale, in questo periodo?
Incontrai un inglese che era discepolo di Sai Baba. Sai Baba da Bombay. E mi parlò di varie tecniche di trasformazione praticate in India.
Che cosa la portò in India, dopo la guerra? Fu per conoscere una società dove c’era tradizione, la trasmissione della verità?
Sì, per me l’India era una nazione che integrava il sociale e lo spirituale nella vita quotidiana. Andare in India non era per trovare appagamento, ma per essere in un contesto che dava supporto alla ricerca. Mi resi conto che non avrei trovato ciò che cercavo perseguendo l’apprendimento e le esperienze. Ero anche completamente saturo del materialismo in Europa, che era particolarmente forte dopo la guerra. Avrei potuto andare forse in un’altra nazione, dove c’era un modo di vivere tradizionale. Ma l’India mi attraeva. Le letture di René Guénon certamente influenzarono questa scelta.
Quale era il suo stato mentale in questo periodo, prima di partire per l’India? Fu questo il periodo in cui divenne orientato? In cui la sua ricerca divenne più incisiva?
Sì, perché non trovavo libertà e pace negli oggetti e nelle situazioni. Dato che non trovavo pace in oggetti e situazioni giunsi ad uno stop nell’accumulare conoscenza ed esperienze. E fui portato a una ricerca molto profonda. Come posso trovare appagamento, se non negli oggetti? Ho vissuto per molto tempo con questa domanda. In un non-sapere. Ci fu un lasciar andare ogni cosa che non era essenziale. Che non faceva riferimento alla bellezza interiore, alla libertà interiore. Sentivo un’enorme energia e intelligenza in quel periodo. Questo portò gioia nel vivere, un entusiasmo per la vita e una grande serietà nella ricerca. Risvegliò in me un desiderio di stabilizzarmi in questo non-conoscere, di trovare un aiuto alla mia ricerca.
Sta dicendo quindi che prima di questo periodo di intensa ricerca, lei considerava l’intelligenza in relazione alla conoscenza, mentre in seguito incominciò a vederla in relazione alla non-conoscenza?
Sì, esattamente. Sono sempre stato un serio ricercatore. Ma ora ero un discepolo della vita, della verità. Fu il periodo di molte intuizioni, e della trasposizione spontanea di queste a livello dell’esistenza. Questo tenne viva la fiamma.
Ha detto che desiderava un supporto nella ricerca. Da dove sorgeva il desiderio di una guida?
C’era ancora la mancanza di un appagamento totale, e sentivo che la mia ricerca era ancora condizionata dal credere in un ricercatore. Conoscevo la coscienza relazionata agli oggetti, ma non la coscienza libera dagli oggetti. Non immaginavo quale forma questo aiuto potesse prendere: uomo o donna, sogno o uccello. Ero semplicemente aperto alla vita, attendendo, senza sottovalutare niente di ciò che la vita mi presentava. E poi ho sentito una sicura chiamata che mi ha portato in India.
Quindi quando andò in India non era influenzato dalle idee di Guru e discepoli?
Assolutamente no.
Conosceva qualcuno in India?
Mi erano stati dati riferimenti di alcune persone che vivevano là.
Guru o intellettuali?
No, non Guru. Artisti, insegnanti, intellettuali, persone che generalmente erano interessate a tutti gli aspetti della vita. Fui anche introdotto da Mrs Lansberry, che era la direttrice della Società Buddhista di Parigi a un bhikku theravada a Ceylon. E questa fu la prima persona che contattai.
Quanto tempo stette in Ceylon?
Prima di andare in India, la nave si fermò a Colombo. Rimasi subito positivamente colpito da Ceylon. Non c’era violenza da nessuna parte. Si poteva toccare il silenzio. La trovai così meravigliosa: i templi, il grande Buddha disteso, e dato che ero stato introdotto al venerabile Rahula, il capo del sangha theravada, durante le mie due settimane di permanenza ci si incontrò spesso per parlare. Ebbi una buona impressione, e quando qualche mese più tardi, mi stabilii a Bangalore, mi dettero l’indirizzo di un musicista di vina, e cantante. Gli scrissi, e mi rispose. Con sorpresa seppi che veniva a Bangalore per vedermi. Quando arrivò ero ad un concerto che ascoltavo la bellissima voce del mio amico. Qualcuno mi disse che il venerabile Rahula era fuori ad aspettarmi. Andai a salutarlo e lo invitai al concerto, ma non volle venire. Pensava che la musica fosse una distrazione. Sebbene stetti fuori con lui, non ero contento di questo punto di vista ristretto. Ancora sentii una restrizione e un senso di mancanza di libertà. Se ne parlò i giorni seguenti, ma lui non seppe rispondere alla mia domanda interiore in modo soddisfacente: una distrazione da cosa? E per chi? Io sentivo istintivamente che tutta la bellezza era una espressione della Bellezza assoluta.
Dopo quell’incontro scambiammo qualche lettera, ma non dimenticai quella profonda delusione. Presentava una vita interiore di bellezza, ma rifiutava le sue espressioni.
Sembra dunque che lei avesse già un forte sentimento di verità, di libertà e di discriminazione interiore, perché non fu preso dalle sue ragioni, apparenza e personalità, o dal suo vivere ritualistico.
Sì.
Quindi visse a Bangalore per qualche tempo?
Sì, circa 3 anni. E ho conosciuto molte persone interessanti. Ciò che mi sorprendeva era che, mentre in Francia, dopo la guerra, le conversazioni ruotavano attorno al buon cibo e agli oggetti raffinati, in India, anche se era una nazione così povera, nessuno parlava di queste cose. Le conversazioni riguardavano la vita spirituale, i sogni e la bellezza in generale.
Non era tentato dai famosi insegnanti del sud dell’India?
No. Non ero particolarmente interessato a trovare un insegnante. Non ci pensavo. La vita era il mio insegnante. C’erano molti maestri famosi, ma la loro popolarità, invece di attrarmi, mi respingeva.
Questo mi fa pensare all’abate Zeno, uno dei padri del deserto, che disse: “Non diventare discepolo di un uomo con un grande nome”.
Aveva proprio ragione!
E come incontrò allora il suo maestro sconosciuto?
Alcuni degli amici che conobbi, e con cui parlai di pace di libertà e di gioia avevano una guida spirituale. Un giorno incontrai il loro insegnante, e in questo incontro e negli altri seguenti gli feci molte domande. Domande che espressero tutta la mia serietà nella ricerca del vero centro.
Sembra che gli abbia dato subito fiducia.
Ero aperto nei suoi confronti. Ero colpito dalla sua assenza di sforzo. Dalla sua umiltà. Non cercava mai di convincere, o di impressionare. In lui non c’era nessuna influenza egoica. Tutte le sue risposte venivano da una dimensione transpersonale, eppure era evidente la sua gentile disponibilità. Ero colpito, anche, dalla sua affermazione che noi potenzialmente siamo, dobbiamo solamente realizzarlo. Non vedeva mai nessuno come ignorante. Non dava presa alla mia personalità.
Mi dette molte risposte, ma durante alcune settimane in cui non lo vidi divenni consapevole che tutte le mie domande erano una fuga e un’evasione dalla domanda fondamentale. La crisi esistenziale che avevo sempre vissuto divenne più acuta, e vissi con questo sentimento di non aver formulato la domanda fondamentale, una domanda che non ero capace di formulare. Poi ebbi l’opportunità di incontrarlo nel luogo in cui viveva, una piccola stanza nel college di sanscrito a Bangalore, di cui era docente. Due altri giovani indiani erano presenti, e stavano parlando delle Karika di Gaudapada, e della Mandukiaupanishad. Il discorso verteva sui quattro stati di coscienza: veglia sogno, sonno profondo e turya. Egli disse che turya non è, propriamente, uno stato da cui si entra e si esce. E’ piuttosto un non-stato, quando se ne diventa pienamente consapevoli. E’ l’assenza di noi stessi, che corrisponde alla nostra totale presenza. Quindi ci fu un silenzio. Gli altri studenti uscirono, e improvvisamente lui mi guardò e mi chiese: “Conosci te stesso?”. Ero un po’ disturbato da questa domanda, perché non capivo bene che cosa intendesse. Non trovavo alcun modo per osservarla. Esitando, dissi: “Sì,” perché pensavo, conosco il mio corpo, i sensi, la mente molto bene. E lui mi disse: “Tu sei il conoscitore del tuo corpo, dei tuoi sensi, della tua mente, ma il conoscitore non può essere mai conosciuto, perché tu sei quello, e non c’è nessuno a conoscerlo. E non può mai diventare un oggetto di osservazione, perché è la tua totalità”. Queste parole ebbero un impatto molto profondo su di me. Ebbi una intuizione della realtà, in quel momento, perché mi bloccò le facoltà intellettuali. Rimanemmo in silenzio. E poi me ne andai.
E questo impatto rimase anche quando arrivò a casa?
Lasciò un’eco molto forte in me. Di libertà dalle vecchie credenze. Andai a casa, e ci vissi insieme, libero da tutte le concettualizzazioni. E mi sentii risvegliato in questa non-conoscenza. Era completamente nuovo. Non c’era assenza di conoscenza.
La vita cambiò, o continuò come al solito?
La vita continuò: mangiare, incontrare persone, ma c’era ora un sentimento di essere al di là delle attività quotidiane. In seguito ho visto molte volte Pandiji, e capii che era il mio maestro, perché un impatto così profondo può solo provenire dal maestro. Quindi, vede, è lui che trovò me. Mentre io non lo stavo cercando.
Nella sua ricerca fu mai convinto che un giorno avrebbe conosciuto la sua vera natura?
Sì, dopo il primo incontro con lui in Bangalore. Non lo concettualizzai mai. Non divenne mai uno scopo. La parola “illuminazione” non entrò mai nei miei pensieri. Certamente Pandiji non usò questo termine. Era semplicemente un sentimento vitale, senza formulazione, di essere libero da me stesso, libero da tutte le restrizioni, le idee, libero dalle conoscenze riguardo la libertà.
Avete mai trascorso del tempo vivendo insieme?
Sì. Per tre o quattro mesi.
E’ importante vivere con il Guru?
No, non è importante. Stette a casa mia puramente per ragioni pratiche.
Come trascuravate questo tempo insieme?
Lui insegnava al college tutto il giorno. Talvolta mangiavamo insieme, e ogni mattina mi bussava alla porta, molto presto, e sedevamo insieme in silenzio. Qualche volta parlavamo delle scritture, perché essendo un uomo della tradizione spesso, parlando, faceva riferimento alle scritture. Ma non lo faceva mai arbitrariamente. Ogni volta che parlava in questo modo era il momento giusto per farlo. Era esattamente il momento in cui ne avevo bisogno. C’era veramente un sentimento di unità. Non ero consapevole di un me e di un lui, nella nostra relazione. C’era vero amore. E non nel modo in cui siamo soliti intenderlo. Era il modo più elevato di vivere l’amore. La sua presenza era continuamente colma di un sentimento caloroso.
Usò mai il contatto per la trasmissione?
Quello non era il suo modo, con me. Comunicavamo fondamentalmente attraverso lo sguardo. Talvolta mi toccava una spalla o una mano. Ma la nostra vicinanza era molto più vicina del contatto fisico. Passeggiavamo anche insieme. Era un ammiratore, e questo incontrò la mia natura artistica. Amava la musica, e il canto. E poteva imitare il suono di qualunque uccello.
Le insegnò qualche disciplina o esercizio durante questo periodo?
Solo di essere consapevole quando il condizionamento si insinua nella vita quotidiana. Enfatizzava il problema dei sogni ad occhi aperti, e del costruire strategie. Enfatizzava anche che non bisognava spingere via il condizionamento, ma solo vederlo chiaramente. E mi rammentava di far riferimento costantemente alla prima intuizione della verità, la prima non-esperienza.
Intende di ricordarla?
Entrare consapevolmente in essa, non ricordarla intellettualmente. E’ presenza, non una memoria.
Le insegnò qualche esercizio di yoga?
No, non era in programma quando sedevamo insieme, mi faceva prendere consapevolezza di certi schemi. Conoscevo già alcune posizioni yoga e se mi vedeva mentre le eseguivo, talvolta mi correggeva, il più del tempo sedevamo. La nostra vicinanza, la nostra meditazione non era mai intenzionale, egli enfatizzava solo la consapevolezza libera dagli oggetti e non il cercare di diventare una persona migliore. Per lui fare le cose intenzionalmente era una difesa. La sua presenza era sufficiente – e i suoi insegnamenti, il modo in cui mi portava la verità per mezzo di parole che enfatizzavano il silenzio. Egli enfatizzava il silenzio dopo gli insegnamenti, il silenzio in cui la comprensione diventa viva, libera dalle parole.
Pensava spesso al suo maestro?
Non ci pensavo, perché non potevo personificarlo, oggettivarlo. C’era un forte sentimento di unità. Non ero assolutamente attaccato alla sua presenza fisica. Qualunque cosa dicesse era una perla, io la coglievo come una perla e vivevo con essa. C’erano molti momenti in cui eravamo felici di essere insieme, senza parlare, senza pensare. La sua presenza era la mia presenza e la mia presenza era la sua. Il suo essere era la trasmissione. In un vero maestro questo è ciò che la trasmissione è. Ogni trasmissione intenzionale è sentimentalismo, romanticismo.
Spesso ha detto che le piace essere messo all’angolo con le domande, ha fatto questo anche lei con il suo maestro? Gli faceva molte domande?
Sì, molte domande! Ci portavano sulla soglia del pensiero, spegnevano il pensiero.
È stato mai curioso riguardo alla sua vita privata al suo ruolo d’insegnante o di uomo o magari come marito o padre come si relazionava con gli altri studenti?
No, mai. Non ho mai posto domande personali e non ho mai parlato di lui in modo personale. Era una relazione sacra, era un’unione profonda e seria. Non ho mai dubitato per un momento della sua integrità.
In questo periodo anche se lei sapeva intellettualmente che non c’era niente da raggiungere, da ottenere, continuava a sentire e a comportarsi come se ci fosse qualcosa da raggiungere?
No, non pensavo assolutamente di diventare o raggiungere; potrei forse dire che c’era ancora un residuo di energia eccentrica, energia per divenire. Ma ogni volta che ero con Pandiji, la sua presenza canalizzava l’energia che era dispersa.
Allora è importante stare un po’ di tempo con il maestro?
Oh sì.
Perché lei spesso sembra sminuirlo.
Non è la durata ciò che è importante ma la qualità del tempo trascorso insieme.
Quindi il fatto che lei sia stato con il suo maestro per circa tre anni, che Krishna Menon incontrò il suo maestro forse per 40 minuti e che qualcuno ha conosciuto lei per circa vent’anni o più, non ha niente a che fare con l’accensione della scintilla? Non si può uno essere uno “studente” per troppo tempo?
Non è questione di tempo, può succedere in ogni momento della vita, ma ci sono persone che hanno un intelletto lento, una comprensione lenta, o che sono bloccati in garage, può anche essere che abbiano una mente così condizionata da anni di cattiva educazione che la mente ha perso la sua acutezza ed è simile a una mente lenta.
A questo punto, credo, aveva già una certa libertà dagli impegni familiari e finanziari.
Sì, organizzai precedentemente la mia vita per rendere questo possibile.
Sa che molte persone si chiedono se organizzare le loro vite per essere più liberi dagli impegni e dalle responsabilità sociali. Lei crede che un ricercatore serio della verità dovrebbe fare questo?
Uno dovrebbe fare tutto ciò ciò che gli è possibile per realizzare questo per un po’ di tempo. Questo di solito significa rinunciare alle comodità materiali, abbandonare un certo stile di vita, vivendo nella maniera più funzionale: cibo e riposo.
Sentiamo spesso dire, “prima farò soldi e poi mi ritirerò dedicandomi alla ricerca della verità”.
Questo deriva da una mente calcolatrice. È un’affermazione dalla completa ignoranza. Non c’è niente di funzionale in questo modo di ragionare. È solo un posporre. Il momento giusto non viene dalla mente. Quando sentiamo l’urgenza di abbandonare il mondo competitivo, il desiderio è molto forte. Naturalmente non si evitano le vostre responsabilità familiari, ma si vedono in un modo diverso. Il ragionamento di fare abbastanza soldi per ritirarsi è una fuga da ciò che appartiene al momento presente.
E per chi ha diversi bambini per esempio, e semplicemente non può cambiare il suo lavoro?
Ciò che è importante è che sentiate il bisogno interiore di essere, poi ciò che vi circonda – ciò che vi appartiene – si dispone di conseguenza. L’esistenza su questa terra dà ad ognuno l’opportunità di conoscere la vita e di risvegliarsi nella vita. Ciò che cerchiamo è ciò che ci è più vicino.
Vorrei sapere perché, sebbene il suo insegnante non abbia mai enfatizzato lo yoga, lei ne perseguì lo studio, presumibilmente perché aveva ancora interesse nella relazione tra biologia e psicologia. Fu questo il motivo per cui andò a imparare lo yoga con Krishnamacharya?
Si, ma non ero assolutamente attratto da lo yoga dal punto di vista ginnico. Volevo essere più consapevole del corpo, volevo che il corpo diventasse più sottile, più energizzato, più espanso. Era per l’amore di sentire un corpo elastico ricettivo ed era una bella persona da incontrare.
Era questo prima o dopo il risveglio?
Oh, prima.
E come incontrò Dibianandapuri?
Su un autobus, a Bangalore. Era nello stato di mauna (silenzio).
Scendemmo alla stessa stazione ed egli tirò fuori dal suo dhoti una piccola lavagna e scrisse chiedendomi da dove venissi e che sentiva che ero suo fratello. Io dissi, “come potrebbe essere altrimenti?” poi egli scrisse, “se ha il tempo, camminiamo un po’ insieme,” così camminammo e parlammo (lui con la sua lavagnetta). Egli viveva in un piccolo tempio di Shiva appena fuori Bangalore e c’incontrammo spesso. Egli era originario di Puri e aveva vissuto per lungo tempo in Kashmir. Parlammo dell’insegnamento Kashmiro, di come in questo insegnamento si enfatizzi il corpo energetico e non quello fisico. Questo era il mio principale interesse, ero già consapevole del corpo energetico. E consideravo quello come il corpo reale, e non la struttura scheletrico-muscolare. Dibianandapuri confermò ed espanse la mia intuizione ed esperienza. Dava priorità al corpo energetico e mi mostrò come tutte le posizioni potessero essere eseguite indipendentemente dal corpo fisico.
Vide altri maestri del livello di Pandiji mentre era in India?
Vidi Krishna Menon 4 o 5 volte, e lo trovai molto abile in vidya vritti, la formulazione di ciò che non può essere formulato. Un essere assolutamente meraviglioso.
E Ramana Maharshi?
Sfortunatamente non l’ho mai incontrato perché lasciò il corpo qualche mese prima che io arrivassi in India.
Quando quindi era discepolo di Pandiji non si sentì mai attratto da altri insegnanti di per ulteriori chiarimenti?
In me non c’era assolutamente quel desiderio. Non andai in India a cercare un maestro, il maestro trovò me. C’è solo un maestro. Presto giunsi alla convinzione che non c’è niente da insegnare e che ciò che stiamo cercando non appartiene a nessun “maestro” o insegnamento. Quindi perché cercare qualcuno? E’ la presenza del guru che ci mostra che non c’è niente da insegnare, perché il maestro è stabilito nell’ “Io sono”. Compresi quindi che solo l’ “Io sono”, può portare all’ “Io sono”, non una mente o un corpo.
Per quanti anni visse in questo modo, incontrando Pandiji?
Per circa tre anni.
E poi lasciò Bangalore e andò a Bombay?
Sì, andai in visita.
E durante questo soggiorno avvenne l’illuminazione?
Sì, fu un rovesciamento totale dallo stato condizionato residuo allo stato e incondizionato. La consapevolezza si espanse completamente e sentii me stesso nella globalità.
È questo era successo anche in precedenza?
No. C’erano stati dei barlumi, ma questo fu qualcosa di più di un barlume, non c’era più possibilità di ritorno, trovai il mio reale terreno.
Si rese subito conto che sarebbe stato permanente o lo scoprì nei giorni successivi?
Dato la qualità del cambiamento non ci fu dubbio che non potevo essere più preso dalla dualità, e questo fu confermato nei giorni e settimane che seguirono. Sentii una rettificazione nel mio corpo e del mio cervello, come se tutte le parti avessero trovato il loro posto giusto, la loro posizione più comoda. Vedevo tutti gli eventi quotidiani apparire spontaneamente nel non-stato, nella mia assenza totale, la reale presenza.
Può dirci esattamente quali erano le condizioni fisiche e mentali prima di questo momento: la soglia?
Per due anni, c’era stato un ritrarsi di tutta l’energia comunemente usata nel divenire: così che quando un volo di uccelli attraversò il mio orizzonte, invece che perdermi nell’oggetto, l’oggetto si perse in me ed io mi trovai in una consapevolezza libera da tutti gli oggetti, Questa volta ciò che ammiravo, gli uccelli, si dissolse nella mia ammirazione, nella presenza, E l’ammirazione si dissolse nell’Ammirato. Prima che apparissero gli uccelli, ero stato in un profondo e prolungato stato di essere aperto all’apertura, trovai me stesso come apertura, identico all’apertura. L’apertura era il mio essere, non c’era più dualità.
C’era qualche altra differenza tra questa volta e le altre volte in cui aveva guardato un volo d’uccelli?
Prima c’era ancora un osservatore che osservava qualcosa. In quel momento ci fu semplicemente un osservare senza un osservatore. Precedentemente mi era diventato spontaneo vivere nella pura percezione degli oggetti, non vivere nella mente divisa. Per molto tempo ho ignorato il sorgere di tutte le qualificazioni.
Ignorato?
Appartiene all’approccio tradizionale e anche a quello del mio maestro, mai rifiutare o indulgere il sorgere delle qualificazioni, ma semplicemente ignorarle, ed eventualmente dimenticarle. Né ricercare la libertà, né evitare la non libertà, La mente cessò semplicemente di avere un ruolo eccetto quello puramente funzionale.
Mi sembra di capire che era pronto per il momento?
In altre parole il momento mi stava aspettando!
Come è cambiata ora la sua vita?
Non c’è più identificazione con tempo e spazio, corpo, sensi e mente, tutti gli avvenimenti appaiono nella consapevolezza.
Ci fu un cambiamento nelle sue relazioni?
Non c’erano più relazioni dato che se non c’è più un “Io”, non c’è nemmeno l’altro.
Questo non-stato può essere descritto in qualche modo?
È amore dove la mente è dissolta nell’amore.
Aveva fretta di ritornare a Bangalore e riincontrare Pandiji?
No, gustavo la totale libertà, libertà da tutto il fare. Rimandai tutti i progetti e stetti a Bombay un’altra settimana o quasi.
Come fu l’incontro seguente con Pandiji? Fu pieno di lacrime di gioia e di gratitudine?
Egli non era mai stato assente, quindi non c’era fretta di rivederlo. Egli non fece mai notare, né mai menzionò qualcosa a riguardo, sebbene si fosse accorto di un cambiamento. Lo capivo dal suo modo di parlare. Non avrebbe mai parlato dell’Esperienza col rischio di farne uno stato. Francamente, lacrime ed emozioni dopo un fatto del genere mostrerebbero che esso non è altro che uno stato mentale. Per quanto riguarda la gratitudine, questo sentimento per lui ci fu fin dall’inizio, non ci fu emotività nel nostro incontro, solamente un’unione gioiosa, ed un sorriso non espresso portato dalla comprensione che il ricercatore è il cercato ed è sempre così molto vicino.
Cosa stimolò il suo ritorno in Europa?
Potevo rimanere e insegnare in India, ma sentii in qualche modo che appartenevo all’Europa e ritornando ero abbastanza interessato a ritornare per vedere da questa nuova visione senza qualificazioni ciò che avevo precedentemente visto e qualificato. Anche Pandiji mi consigliò di ritornare perché sentì che l’Occidente aveva bisogno di me. In un certo modo il suo ruolo era concluso per me. Sapevamo che avremmo sempre avuto in comune l’essere e l’amicizia. Non c’era ragione per rimanere. Così lasciai il mio migliore amico ed una nazione che amavo.
E come trovò l’Europa? Questo deve essere stato intorno al 1957 vero?
Si, trovai una totale assenza di sacralità,1’assenza di amore. Trovai odio e competizione, pretese e richieste, mi ricordo del sentimento, “c’è qualche speranza che queste persone scoprano la vita? C’è una scintilla?” il materialismo sembrava lo stesso di prima che andassi in India, ma ora lo vedevo più chiaramente e ne vedevo le sue cause.
Sembra una situazione deprimente a cui ritornare!
No, non deprimente. Deprimente per chi? Era semplicemente un fatto, vedevo le cose com’erano senza nessuna qualificazione, mi era chiaro che questi fatti erano prodotti dall’identificazione con ciò che in realtà non siamo.
Il vedere le cose così come sono la ispirò a insegnare, e trovò quella scintilla?
Fino a quando c’è un essere umano, c’è una scintilla. Anche in un assassino ci sono momenti in cui egli non è un assassino, l’insegnamento fu risvegliato in me dal vedere le cause.
Come iniziò a insegnare?
Le persone mi si avvicinarono non mi sono mai preso per un maestro quindi non ho mai cercato studenti, l’insegnante appare solamente quando gli viene richiesto di insegnare.
Quando introdusse l’insegnamento corporale, e perché?
Circa un anno dopo esser tornato dall’India, trovai necessario estendere l’insegnamento a livello psicosomatico. Incontrando le persone, divenne apparente che l’identificazione con ciò che non siamo è confermata e rinforzata dalla contrazione a livello psicosomatico. L’io-concetto è solo una contrazione sul livello del corpo-mente, Non è più reale di una cattiva abitudine, è una difesa contro l’essere nessuno.
Nel conoscere il corpo-mente, uno può scoprire più chiaramente la natura dell’identificazione, e quindi lasciar andare. Il corpo rilassato è una mente rilassata. In un corpo-mente rilassato, siamo aperti a ricevere, disponibili, accoglienti, aperti all’apertura. Il corpo-mente rilassato, luminoso, energetico, sattvico è un’espressione prossima alla reale natura. È quasi impossibile per un corpo-mente condizionato essere ricettivo alla verità, aperto alla grazia. Può succedere che la verità penetri oltre tutti i condizionamenti dato che l’insight nella nostra vera natura, fondamentalmente non ha niente a che fare con il corpo o la mente Ma è estremamente raro. Il mio insegnamento anche a livello del corpo era solo per favorire la discriminazione e per aiutare i miei amici ad essere disponibili all’insight globale. Certo mi veniva spontaneo anche di insegnare tutto ciò che sapevo, che includeva la conoscenza del corpo, ma ciò che più contava era la disponibilità.
E come trova l’Occidente più di trent’anni dopo il suo ritorno?
Vive ancora fondamentalmente sul livello della competizione, della quantità e del divenire, ma ci sono momenti poetici, momenti di bellezza.
Si ritiene discendente di un lignaggio di maestri?
In un certo senso sì, l’approccio alla verità appartiene a una certa corrente, ma non ci sono entità nè lignaggio.
Non era quindi interessato in chi fosse stato il maestro del suo maestro?
Nell’insegnamento del mio guru ho visto l’insegnamento del suo guru, ma quando l’insegnamento è forte non c’è riferimento al passato, C’è solo eterna presenza, Che cosa significa “lignaggio”? E’ ancora un qualcuno in cerca di sicurezza in qualcosa.
Ritiene di appartenere a una certa tradizione?
Una tradizione di ricercatori della verità. Advaita non è un sistema, una religione, una tecnica; non è nemmeno una filosofia. E’ semplicemente la verità.
E la verità è trasmessa senza riferimenti a un sistema o tradizione?
Sì.
Il suo insegnamento è stato paragonato a quello di qualche maestro Chan, a Chuang Tzu e l’insegnamento Taoista. Lo sente come un valido paragone?
Sì, perché questi insegnamenti riguardavano solo ciò che uno non è e questo apre il discepolo alla verità di ciò che è. È solo per caso che chiamo Advaita la corrente del mio insegnamento.
Viviamo in un periodo turbolento e come lei ha detto nel regno della quantità. Pensa che ci sia speranza per l’essere umano?
Non c’è solo speranza, c’è la certezza che un giorno vivremo nella bellezza. Veniamo dalla bellezza e la bellezza non può altro che cercare la bellezza.

Fonte : ASD Samveda Ashram, Torino

 

 

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photo – Kyosuke TCHINAI

 

Le Grand Oubli – texte de Jean Klein

 

Tout le problème de la mort est basé sur l’hypothèse que nous sommes nés et que ce quelque chose ou cette personne qui est née finira par mourir. Aussi, la première étape est-elle de se poser la question: Qui ou qu’est-ce qui naît puis meurt?L’idée de naître n’est rien de plus qu’une idée. C’est une information de seconde main rapportée à notre mère. Si nous nous demandons:«Est-ce que je sais si JE suis né ? » et que nous examinons cette question de plus près, nous voyons en effet qu’une perception est née et meurt, mais nous ne pouvons pas affirmer: «JE suis né».

Dans toute exploration authentique, il est vital de se libérer des informations de seconde main, du sens commun. Si nous commençons à interroger les questions, nous découvrons que nous sommes amenés à questionner le questionneur. C’est le début de l’ investigation de soi.

Lorsque nous abandonnons l’information de seconde main, nous nous trouvons face à face avec les faits tels qu’ils sont: les percepts plutôt que les concepts. Lorsque nous laissons de côté les rêveries, les hypothèses et les vérités établies, nous nous trouvons au cœur du problème : pourquoi parler de la mort avant même de savoir ce qu’est la vie ? En effet, si nous ignorons ce qu’est la vie, comment pouvons-nous même commencer à parler de la mort ? Alors, parlons d’abord de la vie.

Les manifestations de la vie apparaissent et disparaissent dans notre Conscience. Nous savons ce qu’est le temps, l’espace, une expérience. Comment pourrions-nous le savoir si nous ne connaissions, en quelque sorte, ce qui est en dehors du temps, de l’espace et de l’expérience ? Pouvons-nous connaître le blanc sans faire référence au noir ? Connaissons-nous les ténèbres sans nous référer à la lumière ? Nous connaissons l’impermanence parce que, d’une certaine manière, nous « connaissons » la permanence. Cette permanence n’est pas une expérience dans le temps et dans l’espace. Ce n’est pas une condition. Elle n’appartient pas à l’existence, car l’existence se situe dans le temps et dans l’espace. Essentiellement, ce n’est rien, et pourtant, d’une certaine manière, nous nous référons très souvent à cette vacuité. C’est l’arrière-plan à partir duquel nous fonctionnons. Cela n’a rien à voir avec la succession, le passé et l’avenir. Cela est sans cause et ne peut être né. Lorsque nous découvrons cet arrière-plan, le problème de la mort perd toute sa signification. Lorsque cette conscience éternelle à partir de laquelle nous fonctionnons inconsciemment devient consciente – en d’autres termes, consciente d’elle-même –, nous connaissons alors que ce que nous sommes est au-delà du temps et de l’espace. Nous connaissons la vie, et il ne nous vient pas à l’esprit de penser même à la mort parce que nous vivons consciemment dans cet arrière-plan éternel, dans l’instant présent, et la succession d’événements n’est qu’une expression de cet instant.

La véritable question est alors : comment puis-je parvenir à connaître la vie pour que la mort n’ait plus de sens ? Je dirais qu’on ne peut jamais connaître, de façon objective, ce qu’est la vie. On ne peut qu’être la vie, être ce qui connaît. Cette connaissance est une aperception instantanée, libre de l’espace et du temps, dans laquelle il n’y a ni connaissant ni connu. C’est l’éveil de la vie dans sa plénitude. Cet éveil est notre réelle naissance. La naissance phénoménale n’est qu’un accident et le demeure aussi longtemps que notre nature réelle, notre naissance réelle, est inexplorée. Dès notre éveil à la vie, nous devenons profondément conscients de ne pas être un objet conceptuel. Le réflexe de s’objectiver ne se manifeste plus. C’est un état d’ouverture profonde où il n’y a que la vie, « êtreté », une totale absence d’être quoi que ce soit. C’est intemporel, sans dimension, et ne peut être objectivé, c’est-à-dire expérimenté. Ce n’est pas né, et ce qui n’est pas né ne peut pas mourir. Dans ce non-état originel, l’idée de la mort ne se présente même pas.

La peur de mourir provient de notre identification au corps/mental. Cette erreur n’est qu’une pensée. La peur de mourir provient donc en réalité de la capacité de penser. En l’absence de pensée, il n’y a ni espace ni temps. L’espace, le temps, aller, venir, le passé, l’avenir n’existent que dans la pensée. Ils n’ont aucune réalité autonome. Toute la peur créée par la société et les religions autour de ce que l’on nomme la mort n’est qu’une fabrication de l’esprit. Seul un être-objet peut avoir peur, mais Vous n’êtes pas objectivable.

Mourir, sur le plan biologique, ne crée pas la peur. La peur est logée dans le mental, non dans le corps. La peur de mourir n’est qu’une anticipation à l’idée que « vous » allez disparaître. Cette idée d’une disparition finale détruit toute sécurité pour l’image de soi. Mais ce « vous », ce « moi », cette image de soi est aussi une construction mentale bâtie par la mémoire. L’instinct puissant de ce qu’on appelle à tort la préservation de soi (le terme montre combien nous sommes identifiés au corps/mental) n’est qu’un instinct de survie biologique. La vie est sans désir, mais le corps/mental est une expression de la vie, donc nous pourrions dire que le désir de rester en vie provient de la vie elle-même. En tant qu’expression de la vie, le corps accomplit la course inhérente à sa nature.

La signification réelle de la mort et du fait de mourir est complètement différente de ce qu’on entend généralement par ces mots. Lorsqu’on connaît le continuum qu’est la vie, toutes les perceptions (dont le corps fait partie) sont ressenties comme apparaissant et disparaissant dans la Conscience. Cette apparition et disparition est la véritable signification de la naissance et de la mort. Nous naissons chaque fois qu’une pensée ou une sensation apparaît, et nous mourons chaque fois que le concept ou le percept disparaît. Nous mourons chaque soir avant de nous endormir et nous naissons chaque matin. Nous devons nous accoutumer à cette mort, à ce lâcher-prise du monde objectif. Nous devrions nous demander au plus profond de nous-mêmes : « Qu’y a-t-il avant l’apparition de la pensée ? Qu’y a-t-il lorsqu’elle disparaît ? Qu’y a-t-il avant l’endormissement du corps et avant son réveil ? » Lorsque nous observons avec attention, nous découvrons non pas l’absence que nous escomptions, mais une Présence, une Présence qui ne peut cependant s’objectiver. Elle est trop proche, au plus près de nous.

Si nous savons réellement comment nous endormir, nous saurons comment mourir, nous serons déjà familiarisés avec le fait de mourir, avec la dissolution de ce qui est né. Pour ce faire, nous devons, avant de nous endormir, mettre de côté toutes qualifications. Nous devons devenir aussi nus sur le plan psychologique que nous le sommes sur le plan physique. Cela signifie qu’avant de dormir, nous devons mettre de côté toutes les opinions, toutes les pensées, tous les soucis, toutes les idées. C’est une offrande de ce que nous ne sommes pas. Le lâcher-prise est toujours une expansion du mental et du corps et dans cette expansion se trouve le pressentiment de la réalité, notre globalité. Cela devrait être fait chaque fois que nous dormons jusqu’à ce que nous découvrions que, avant l’éveil du corps le matin, nous sommes : la Présence est déjà là.

Il est préférable de ne pas ajourner ce lâcher-prise de l’entité personnelle et de toutes ses qualifications jusqu’au moment de la mort. Autrement, il est nécessaire que quelqu’un qui connaît la vie assiste au lâcher-prise final. C’est le rôle supposé du prêtre dans les rites ultimes. La fonction du prêtre, du shaman, du lama ou autre, est de nous aider à traverser sciemment le seuil qui sépare le monde objectif du monde sans objet. Son rôle est d’aider qui meurt à oublier tous les résidus de la personne pour s’ouvrir ainsi à une nouvelle dimension de la Vie. C’est une offrande qu’on rend à la vie de toutes les expressions qu’elle nous avait temporairement offertes. Ce qui demeure alors est la Conscience originelle. Mais quiconque aide à ce passage doit être qualifié, sa personnalité doit être absente. Pour aider quelqu’un à mourir, on doit mourir avec cette personne. Dès cet instant, elle est stimulée par votre mort qui est un abandon de toutes qualifications. La présence éternelle, l’amour, a le pouvoir de libérer celui qui meurt des résidus de son identification avec le monde phénoménal. Il n’y a aucune place dans cette assistance pour des sentiments de tristesse, de pitié, de peur, et il n’y a pas de place non plus pour la parole. Tout cela ne ferait que maintenir celui qui meurt dans la préhension du monde objectif.

La manière idéale de mourir est dans le silence. Mais lorsqu’on est plongé dans les rites d’une tradition religieuse, ceux-ci peuvent aider, en l’absence d’un prêtre qualifié ou d’un ami véritable, au lâcher-prise d’attachements spécifiques. Mais les rites doivent être impersonnels, ne pas donner prise à la personne, comme par exemple certains sons qui nous attirent au-delà du monde du sentiment et de l’émotivité.

La façon de parvenir à ce lâcher-prise est, comme je l’ai dit plus haut, semblable à celle qui précède le sommeil. Tout ce qui apparaît dans l’instant est vu comme un fait. On prend note du fait sans l’analyser ou intervenir, et l’on ressent l’ouverture dans ce constat inconditionnel. Lorsque nous faisons face de cette manière à tout ce qui apparaît, alors l’ouverture, l’attention dans laquelle la perception fut la bienvenue, se re-présente à nous. Nous nous trouvons dans la lumière. C’est un abandon naturel, sans intention. Ainsi, que nous soyons en train de mourir (et nous le devons, certes !) ou d’aider quelqu’un à mourir, il s’agit de la même procédure. Nous nous tenons sciemment dans la Conscience.

Il est crucial de Connaître la mort alors que nous sommes encore en vie. La qualité de la vie est totalement différente pour celui qui Connaît le lâcher-prise à l’état de veille. C’est là le sens réel du mot Mort. C’est là la signification réelle du mot sacrifice. Comme le dit Maître Eckart : « Dieu Est lorsque je ne suis pas. » Nous naissons seulement après la mort de tout ce qui est personnel. Lorsque nous sommes éveillés dans la vacuité, nous pouvons seulement parler de plénitude.

Mais il existe une raison supplémentaire de ne pas reporter la mort véritable au dernier moment. Il y a un réel danger à rester prisonnier des expressions de la vie et, au moment de mourir, à mettre l’accent sur l’objet, de sorte qu’on est entraîné passivement vers l’au-delà. Passivement signifie ici « non sciemment ».

On peut se poser la question suivante : « S’il n’y a pas de vie après la mort, qu’importe la façon dont je meurs ? » Il y a une différence. Il n’y a pas de vie après la mort parce qu’il n’y a pas de mort. Il n’y a que la Vie. La Conscience n’est pas affectée par la naissance ou la mort. Il n’y a pas d’instant sans conscience, donc, après la mort du corps, la Conscience est toujours là. Mais, dans la vie, on peut être ou non éveillé dans la Conscience. Pour la plupart d’entre nous, après la mort, être la Conscience est un phénomène passif. Il faut être sciemment la Conscience, la Conscience consciente d’elle-même, et cela ne peut se produire qu’avant la mort du corps. Puisqu’en général nous ne nous connaissons qu’en tant qu’objet, peu nombreux seront ceux qui, après la mort, se dissoudront dans la Conscience consciente d’elle-même. La Conscience consciente d’elle-même est comblée et ne recherche plus d’autre expression. Les résidus du corps se dispersent dans l’énergie globale, et de même la conscience se dissout dans sa propre lumière. Personne ne va nulle part et il n’y a nulle part où aller. Toutes les idées au sujet des différents états et étapes de la dissolution de l’énergie n’ont donc pas de sens pour celui qui est Eveillé, mais sont un obstacle pour celui qui est engagé dans le processus de lâcher-prise de toutes les qualifications et de tous les attachements. De tels concepts sèment la confusion. Ce sont des constructions de l’esprit puisqu’il n’y a plus personne pour savoir de telles choses. Tant que ces idées existent, il y a encore quelqu’un qui sait. Et tant qu’il y a quelqu’un qui sait, il n’y a pas eu de mort réelle.

Chez la personne encore fixée dans le monde objectif, identifiée à la personnalité, à ses enfants, son épouse, son argent, sa vocation, etc., il est possible que l’énergie ait du mal à se dissoudre. Elle demeure concentrée. C’est pourquoi il existe des rites d’ordres divers aidant à dissoudre l’énergie et facilitant l’abandon de toute prise sur le monde phénoménal. Et c’est pourquoi, parfois, bien que le corps ne soit plus visible, des résidus de la personnalité peuvent subsister. On devrait les accepter et consacrer plusieurs séances à se vider systématiquement de toutes les idées, souvenirs et sentiments liés à la personne défunte. C’est un processus d’élimination.

Il est indispensable de poser le problème de la souffrance physique liée à la mort : on se demande naturellement comment parvenir à un réel lâcher-prise en face d’une douleur aiguë. La première chose à clarifier est que la douleur doit être vue comme un objet parmi d’autres, dans la perspective que, fondamentalement, nous ne sommes pas un objet et ne pouvons pas avoir peur ou ressentir de la douleur. Nous devons donc être absolument clairs au sujet de notre profonde non-implication dans les événements qui entourent la sensation nommée par nous douleur ou maladie. Nous ne pouvons pas dire : « J’ai peur, j’ai mal, je suis en train de mourir », parce que le « JE » n’ a pas changé et ne change pas. C’est le corps qui éprouve la sensation et c’est le mental qui crée la peur. Une fois que l’on voit clairement ce que l’on n’est pas – le corps et les sensations, le mental et ses pensées –, la souffrance est réduite de manière considérable. Alors on peut faire face directement à la sensation, à la maladie, sans interférence psychologique.

La douleur, comme tout objet, pointe vers notre vraie nature. Elle doit être vue de façon objective, en face de nous, comme si le corps appartenait à quelqu’un d’autre. En l’objectivant, nous en sommes extirpés, nous ne sommes plus noyés dans la maladie, la sensation. Et, dans l’espace psychologique ainsi créé, il y aura un aperçu de la véritable liberté à l’égard de ce fardeau. Il ne suffit pas de vaguement constater cette brève sensation de détachement. Nous devons nous intéresser vraiment à cette sensation de liberté, c’est-à-dire en faire à son tour un objet d’attention, se nourrir et vivre dans cette libre sensation. Avec elle vient la conviction que l’on n’est ni le corps sain ni le corps malade.

La maladie et la mort offrent l’occasion par excellence de rectifier l’erreur fondamentale de notre existence : celle d’identifier la Connaissance, la Conscience, la vie, avec son objet ; et c’est à partir de cette mé-prise que tous conflits, toutes souffrances surgissent. La maladie est alors un don, un don pour réaliser plus rapidement ce que nous ne sommes pas. Elle nous offre une opportunité que nous ne pouvons pas refuser : celle d’être ce nous sommes. Le fait de vivre dans notre globalité stimule notre environnement, notre famille et nos amis. Je dirais que cela stimule la vie en eux. Sciemment, ou non, ils partagent la vie avec nous et, au moment de la mort, aucun de nous ne se sentira isolé. Cette sensation de vie demeurera et continuera de les stimuler, car la vie est éternelle et en elle nous sommes tous dans l’Un.

Mais en général la famille et les amis n’ont pas une relation honnête avec le mourant. Ils continuent, en quelque sorte, à s’accrocher, à tenter de sauver la personne. Ils ne la laissent pas rencontrer la lumière. Cela parce que la relation au sein de la famille est d’objet à objet, de personne à personne. Il vaut donc mieux que la famille ne soit pas présente au moment de la mort si elle ne peut pas accomplir les rites ultimes, faire fonction de prêtre, c’est-à-dire mourir avec la personne.

Il est important que le mourant offre consciemment les expressions de la vie de manière consciente. Cependant, en certaines circonstances, la clarté peut être obscurcie par l’usage des médicaments. Au moment même du relâchement final, la nature se prend habituellement en charge et la douleur n’assombrit pas la conscience, mais même dans ce cas, le médecin porte une lourde responsabilité. Il doit représenter la santé, la vie et, comme le prêtre, préparer son patient au relâchement final. Le médecin doit également mourir avec son patient. Il a besoin de tout son talent pour l’aider d’abord à se distancier de son identification à l’objet, et ensuite évaluer précisément la quantité de médicaments nécessaire pour réaliser cette distanciation. Le patient doit conserver une conscience profonde de ce qui se passe.

Prolonger artificiellement la vie ou mettre fin prématurément à sa vie est un profond manque de respect pour tout ce que la vie nous a donné. C’est un manque de gratitude, une profonde ignorance. La vie nous donne l’opportunité de naître réellement, et toute interférence est un refus de cette opportunité. Lorsqu’on s’éveille dans le vrai « Je », le destin de tout ce que nous ne sommes pas perd toute sa signification. La douleur, un accident, la mort font partie du film, mais nous sommes la lumière qui illumine le film. Donc, penser au destin du corps et tenter de s’interposer est une marque d’égocentrisme et un manque d’amour. Seul l’ego peut avoir des concepts et des intentions, et aussi longtemps que nous vivrons en tant qu’ego contracté nous aurons une fausse vision de la vie.

Ce que nous appelons généralement « ma vie » n’appartient qu’au mental et semble donc avoir lieu dans la durée. L’illusion de la vie comme durée nous donne l’impression que nous pouvons intervenir. Cette vue erronée est parfois corrigée avant la mort lorsque nous avons le souvenir panoramique de notre vie entière. Cela a lieu grâce à un soudain relâchement de l’emprise du mental, de la canalisation de l’être dans une stricte succession du temps et de l’espace. Par ce soudain relâchement, nous sommes éjectés dans l’éternité, et chaque fait nous apparaît sans les qualifications habituelles de toutes les pensées interférentes. Ce panorama est vu généralement en temps de crise, lors d’un relâchement dramatique… Dans une mort naturelle, on se dissout doucement dans l’Être.

La mort réelle est donc la mort de la vie conceptuelle. La vie est présence, toujours, ici et maintenant, dans l’instant même. En l’absence de la « personne », il y a seulement la vie, l’action non volitive. Vivre dans la non-volition, c’est vivre dans la joie. C’est seulement dans la vie non intentionnelle qu’il y a acceptation, et c’est seulement dans l’acceptation, dans l’ouverture, que tous les éléments d’une situation peuvent être vus clairement. Lorsque nous vivons dans l’acceptation, la maladie n’a pas de prise, de substance, et nous avons alors de grandes chances de guérir. Tous les changements subis par le corps sont hypothétiques et transitoires, mais il n’y a rien d’hypothétique à ce que nous sommes réellement, c’est-à-dire la Conscience. Elle est antérieure au corps, antérieure à la pensée ; elle existe entre deux concepts ou percepts. Elle est Connaissance silencieuse, sans nom, sans attribut. Elle est le total abandon de toutes les qualifications, libre de toutes les identifications. C’est la Présence éternelle que nous prenons pour une absence. Lorsqu’on vit sciemment dans cette Présence, il n’y a pas de mort.

Alors, quand vous voyez le moment de partir et que vous avez compris la manière de partir, je dirais même appris la technique de l’abandon, c’est extrêmement beau. Mourir est alors remercier, le remerciement d’avoir eu l’opportunité de Connaître la Vie, d’être dans la Connaissance, d’être le Remerciement même. Dans le grand Oubli de ce que nous ne sommes pas, la mort est la libération totale dans l’Ouverture, l’Ouverture à la Lumière.

(Traduit de l’anglais par Agnès Lowy & 3e Millénaire)