Sulla via diretta

                                   Jean Klein

jk

 

 

 

 

 

 

Musicologo, di formazione medica, visse per alcuni anni in India dove incontrò il suo Maestro che lo iniziò alla saggezza tradizionale dell’Advaîta-Vedanta. In questo insegnamento l’approccio è diretto, si realizza al di là della mente e non richiede sforzo, ma punta verso l’ultima Realtà.

 

“Non vi è nulla da raggiungere, nulla da perdere.. e non potete mai ottenere ciò che già siete … si rivela da sé”.

“Non potete trovare il vostro essere naturale nel processo del divenire. Quando ne siete convinti, questo vi apre ad una nuova dimensione della vita.
Nella via diretta vivete in questa dimensione sin dall’inizio”.

“Nella via diretta vi confrontate subito con l’ultimo principio.
La supposizione di base della via diretta è che il nostro non-stato globale è già presente ed è in attesa della distensione profonda delle abitudini corporali-mentali”.

Utilizziamo gli elementi di progressione solo per chiarificare, come per esempio il lavoro di sensazione corporale; ma non viene mai messo l’accento sull’oggetto. L’ultimo soggetto si rivela tramite l’oggetto.
“Nella via diretta si stabilisce una non-relazione con l’oggetto… l’oggetto appartiene allora alla vostra pienezza. Ogni movimento per raggiungerlo è un allontanamento”.

“Nella via diretta, lo stato neutro non si concretizza mai. Il movimento dal vuoto alla pienezza è il movimento della grazia”.

Anche se l’asse si sposta in un istante, ci vuole tempo per che le abitudini passate scompaiano.

 

la quete sacrèe
dal blog “Yoga de l’écoute”

 

aini tolonen
artist – Aini Tolonen

Jean Klein, da “La naturalezza dell’Essere”. ed. Magnanelli

Che cosa posso fare per diventare più ricettivo all’ultima realtà?
Non esiste un sistema, un metodo o una tecnica grazie ai quali avvicinarsi alla realtà. Essa rivela se stessa là dove ogni tecnica e ogni sistema falliscono, là dove si vede la futilità del volere. Allora la mente entra in uno stato di resa innocente.
Le tecniche servono soltanto a rendere la mente più affilata e ingegnosa: ma voi restate nelle sue reti, e per quanto possiate avere l’impressione di una trasformazione, di fatto state sempre giocando i vecchi giochi. È un circolo vizioso.
La libertà, l’umiltà e l’amore appaiono in modo istantaneo, mai come un raggiungimento. La mente, il processo mentale, si manifesta in termini di spazio e tempo. Ma la consapevolezza silenziosa non è condizionata né dallo spazio né dal tempo. Perciò un mentale limitato non potrà mai raggiungere l’assoluto grazie alla propria espansione. Ogni sforzo di questo tipo conduce soltanto al rafforzamento dell’ego.
Se voi fate attenzione mentre parliamo, in questo stato reale di attenzione la vostra mente compie una trasformazione. La cosa importante è l’atto dell’ascoltare, l’osservazione della vostra reazione a queste parole. Il vero ascolto coinvolge tutto il vostro essere, e in esso tutti i legami dell’ego si dissolvono. La mente entra allora in uno stato di grande vigilanza.
Quanto alla sua domanda in particolare, ogni metodo e ogni tecnica comportano una specializzazione e una localizzazione. Ma questo focalizzarsi su una parte non potrà mai condurla al tutto. Più lei si specializza, più il suo campo visivo si avvicina, ma la causa di base del conflitto psichico non viene rimossa. La tranquillità ottenuta attraverso le tecniche è soltanto una cosa di superficie, mentre persiste la causa più profonda del conflitto.
Come posso rendere la mia mente libera dal condizionamento?
La mente è funzione, energia in movimento. è un ascensore a diversi livelli di consapevolezza di esperienze passate, individuali e collettive. Senza memoria non c’è mente, perché i pensieri sono suoni, parole e simboli che appaiono nella memoria. La memoria stessa è condizionata, essendo basata sulla struttura piacere-pena: ogni piacere viene conservato, e tutto ciò che è spiacevole, penoso, viene relegato nella sfera dell’inconscio.
La funzione di base dell’organismo umano è la sopravvivenza. La sopravvivenza biologica è un istinto naturale, ma quella psicologica, finché essa è semplice sopravvivenza di una psiche centrata sul «me», è fonte di conflitto. Quello che noi generalmente chiamiamo «imparare» è un’appropriazione condizionata della sopravvivenza psicologica. La mente condizionata non può trasformarsi grazie al suo stesso sforzo, o ad un sistema basato su se stessa.
Allora come può verificarsi questa trasformazione, questa integrazione?
La mente deve pervenire ad uno stadio di silenzio, completamente vuota di paura, di desiderio e di ogni immagine. Questo non può essere ottenuto tramite la soppressione, ma con l’osservazione di ogni sensazione e pensiero che intervengano, senza qualificazione, condanna, giudizio o comparazione. Se è all’opera un’attenzione non motivata, il censore deve sparire.
Deve semplicemente essere presente uno sguardo tranquillo, rivolto a ciò che la mente compone. Scoprendo i fatti così come essi sono, l’agitazione si elimina, il movimento dei pensieri rallenta e possiamo osservare ogni pensiero, la sua causa e la formazione del suo contenuto. Diventiamo coscienti di ogni pensiero nella sua completezza, e in questa totalità non può esservi conflitto. Perciò rimane soltanto l’attenzione, soltanto un silenzio in cui non sussistono l’osservare e la cosa osservata.
Non forzate la vostra mente, guardate soltanto i suoi movimenti come se osservaste degli uccelli che volano. In questo sguardo sereno, tutte le vostre esperienze vengono a galla e si rivelano. Perché uno sguardo non motivato, non condizionato, non soltanto genera una grande energia, ma libera tutte le tensioni, ai vari livelli di inibizione. Allora vedete tutto ciò che siete, voi stessi.
Osservare ogni cosa con un’attenzione piena diventa uno stile di vita, un ritorno al vostro essere originale, naturalmente meditativo.
Come posso agire in modo da non creare altre reazioni, altro karma?
Finché amore e gentilezza saranno nel suo cuore, lei possiederà l’intelligenza atta a conoscere che cosa fare, quando e come agire. Quando la mente vede le sue limitazioni, i limiti dell’intelletto, nascono un’umiltà e un’innocenza che non sono oggetti di coltivazione, accumulazione o apprendimento, ma il risultato di una comprensione istantanea. Quando vede la sua impotenza, la sua debolezza, e nulla sta reagendo, allora arriva a un momento di resa, a una sosta silenziosa nella quale si trova in comunione con il silenzio, con l’ultima verità.
È questa realtà a trasformare la mente, e non uno sforzo o una decisione.
Sento di conoscere me stesso come qualcosa. Ho una certa consapevolezza delle mie forze psichiche e della mia debolezza, e sono consapevole anche della mancanza di una soddisfazione perfetta, altrimenti non sarei qui. C’è qualcosa che posso fare?
Se si osserva, vedrà che esercita una violenza sulla sua percezione. Lei interferisce costantemente, cercando di controllarla, di dirigerla. Il controllore appartiene a ciò che è controllato; entrambi sono oggetti, e un oggetto non può conoscerne un altro. Perciò lei deve lasciare che la percezione si riveli sempre di più, renderla completamente libera. Se le consente di manifestarsi, di aprirsi, essa la ricondurrà presto o tardi verso se stesso. Permetta al «lasciare la presa» di rivelare se stesso e sparirà il dinamismo del produrre.
Che cosa posso imparare dal conflitto?
Si renda conto che, sia nell’accettare che nel rifiutare, lei è condizionato, perché non vi è nulla da accettare o da rifiutare, (In un ascolto totale, in un’attenzione senza memoria, non vi è conflitto. Vi è soltanto il guardare. In un ascolto silenzioso, ciò che è detto, ciò che è udito e ciò che sorge come risposta e reazione, sono situati dentro il suo sé. Questa percezione della loro totalità, del loro tutto, è attenzione vera, e in essa non vi sono ne problemi ne condizionamenti. Vi è semplice libertà.
Che cosa intende quando dice che non vi è un attore nel fare, nel dire o nell’ascoltare?
In un’azione che sgorga dalla completezza non vi è un attore che agisce, vi è soltanto l’azione. Lei sta funzionando, e l’«io» è assente. Nel momento in cui il pensiero dell’io si forma, lei diventa cosciente di se stesso e cade nel conflitto. In assenza di questo pensiero non vi è colui che parla ne colui che ascolta, non vi è un soggetto che controlla un oggetto. Soltanto allora sussiste una completa armonia e in ogni circostanza si manifesta un’adeguatezza.
Qual è il posto dell’intelletto in un ascolto non condizionato?
L’intelletto è una difesa contro qualcosa che rifiuta o accetta. Una volta che ha visto, fuori della totalità, la verità di qualcosa, non c’è modo di sfuggirle. Lei vive con essa. Con questa comprensione completa, la mente non può schivare il cambiamento e la trasformazione si compie. Quando l’intelletto è assente, vi è un’attenzione totale; ascoltare e parlare possono apparire spontaneamente, ma essi sgorgano dalla realtà. Non vi è più una mente che produce. In un’attenzione silenziosa la mente è completamente vuota, perciò ciò che viene udito penetra profondamente. In uno stato di rifiuto o di accettazione esiste soltanto un gioco che si fa con le parole, con la memoria, con l’intelletto. Mentre in uno stato di ascolto silente non vi è neppure posto per il giusto e lo sbagliato, per la compensazione o la conclusione. Attraverso la conoscenza intuitiva, essi sono o non sono entrambi diventati conoscenza.
Diventi consapevole dei processi della sua mente e del suo corpo e comincerà a capire se stesso. Non c’è alcuna differenza tra comprendere se stessi e comprendere l’intero universo. La sua percezione apre completamente se stessa alla pienezza della realtà.
Si può «pensare» l’esperienza della realtà?
Un’esperienza accade. Non può essere pensata. Pensare non è un’esperienza diretta ma un inseguimento e una ripetizione della sensazione. In un’esperienza reale lo sperimentatore è totalmente assorbito nell’esperienza: essi sono una cosa sola, non c’è spazio per la memoria ne per l’identificazione. E una non esperienza perché non c’è nessuno che sperimenta alcunché.
In un campo come quello della tecnologia l’accumulazione delle esperienze è necessaria e non conduce ad un conflitto. Ma sul piano psicologico, che si articola sul binomio piacere-dispiacere, l’accumulazione delle esperienze rafforza l’ego e nega la possibilità dell’esperienza reale: la non-esperienza.
Il culmine maturo di un’esperienza è la libertà dell’uno, di quell’uno in cui non sussistono soggetto e oggetto. Non si tratta dell’unità dell’esperienza mistica, che è ancora uno stato nel quale si entra e dal quale si esce. La vera esperienza non è una ricerca di piacere, a nessun livello, perché la soddisfazione è una sensazione che non è stata pienamente riassorbita. E ciò che rimane di un’esperienza incompleta, una ripetizione delle proiezioni della memoria. La mente allora si annoia e va alla ricerca di nuove esperienze.
Nella vera non-esperienza non ci sono residui. Essa ci riconduce in ogni istante alla nostra natura senza tempo.
Come posso liberarmi dal tedio che avverto sovente?
Se noi viviamo superficialmente e ce ne rendiamo conto, diventiamo consapevoli di un profondo senso di sconforto che può apparirci come tedio. Ci accorgiamo di andare da una compensazione ali’altra. Guardate questi momenti di tedio. Percepiteli veramente, senza giustificazioni e concettualizzazioni. Dovete dare via libera alla percezione, lasciare che essa si dispieghi nella vostra consapevolezza. Allora ha luogo una trasformazione ad ogni livello. Tutta l’energia che era dispersa e localizzata in abitudini che si erano fissate, diviene libera, viene riorchestrata. Ogni circostanza sollecita una riarmonizzazione dell’energia ed essa si adegua perfettamente alla situazione.
Nella completa riorchestrazione che ha luogo, l’energia che prima era stata dissipata in una dimensione psicologica «ritorna» e svanisce nella nostra presenza senza tempo.
Lei dice che quando viviamo liberi dalla relazione soggetto-oggetto viviamo fuori del tempo. Ma i nostri corpi appaiono e scompaiono, il sole nasce e tramonta, perciò in definitiva non siamo forse legati al tempo?
Lei ha chiaramente presente che cosa intende per «tempo»? Il fatto è che l’uomo sta sempre creando il tempo. Il tempo psicologico è pensiero basato sulla memoria. Esso è essenzialmente il passato, e noi riviviamo costantemente il passato attraverso il pensiero. Infatti ciò che chiamiamo futuro è soltanto un passato modificato. Il tempo psicologico non è mai nel presente, e ? nel? adesso, ma va come un pendolo in costante movimento dal passato al presente, in rapida successione. Esso esiste soltanto sul piano orizzontale dell’avere-diventare, piacere-dispiacere, attrazione-repulsione, sicurezza-insicurezza. Esso è la fonte della miseria e del conflitto.
La comprensione del tempo e dello spazio psicologico è la via verso la meditazione e la vera vita. Anche il tempo cronologico, astronomico, è basato sulla memoria, tuttavia si tratta di una memoria puramente funzionale, libera dall’intervento dell’ego, della volontà. È essenzialmente presente. Gli eventi procedono in successione ordinata, e poiché non si registra un movimento tra il cosiddetto passato e il futuro, non vi è conflitto.
La vita è presente, ma quando pensiamo lo facciamo in termini di passato e di futuro. Vivere nell’adesso implica una mente libera da un fine da raggiungere e dalla tendenza a ricapitolare, libera dall’afferrare e dal lottare.
Nel presente non vi è pensiero; i pensieri sono fusi in un tutto. La vita nell’istante contiene ogni possibile accadimento, così che non vi è posto per il tempo. Tutto può essere così riassunto: il tempo è pensiero e il pensiero appare nel tempo. La bellezza e la gioia si rivelano soltanto nell’adesso.
Lei dice spesso che l’azione giusta non è una questione di moralità ma nasce naturalmente dalla spontaneità. Come posso pervenire a questa spontaneità?
La spontaneità proviene dall’ascolto e ha come risultato la comprensione. In un ascolto non condizionato, che è silenzio, libertà da ogni agitazione e concetto, la situazione viene vista nella sua interezza ed è da questo sguardo globale che sgorga l’azione spontanea, appropriata.
E’ ovvio che un’azione che nasca da un pensiero consapevole non può essere spontanea. E altrettanto vero, ma meno ovvio, che neppure le azioni che provengono dall’abitudine, dall’inclinazione o dall’istinto possono essere spontanee. Perché l’abitudine e l’istinto sono condizionati, automatici e meccanici, e le azioni che provengono da un’inclinazione sono motivate dalla giustificazione, dalla razionalizzazione e dal conflitto. Esse sono tutte guidate da pensieri inconsci. Infatti possiamo chiamare «azione» soltanto quella che sgorga davvero dalla spontaneità. Tutto il resto non è libero da interferenze e perciò lo dobbiamo definire «reazione».
Per scoprire la spontaneità, il pensiero conscio e quello inconscio devono estinguersi. Devono cessare tutte le proiezioni dell’intelletto, se una spontaneità creativa deve essere all’opera. Lo sforzo intellettuale e il coltivare il potere della volontà non sono di alcuna utilità per integrare la spontaneità. La mente deve farsi umile, sensitiva, libera da ogni violenza, orgoglio e cupidigia. Allora soltanto la vera intelligenza può entrare in funzione.
Quando, attraverso l’osservazione e l’ascolto, l’intelletto diventa silenzioso, la natura basale, profonda, della mente subisce una trasformazione. Essa raggiunge gli impulsi e i movimenti più oscuri e segreti della nostra vita animale. L’intelletto diventa capace di pensare con chiarezza nella luce di un’intelligenza che integra tutti i movimenti della vita: nasce così un nuovo bellissimo essere umano.
La vita è vivere spontaneamente, senza essere toccati dal tempo.
Che cosa pensa della morale sociale convenzionale?
Quando lei consente al Supremo di prendersi carico di lei, la spontaneità è virtuosa e va oltre la moralità sociale e convenzionale.
Posso essere attivo nel silenzio?
Il silenzio è il nostro stato naturale. È la tela di fondo di ogni cosa. Non è necessaria alcuna concentrazione per essere silenzio. Finché siamo coinvolti nella percezione viviamo nel tempo, cioè viviamo soltanto su un piano orizzontale. Ma il silenzio è senza tempo. Esso è nel centro in cui il tempo e il non-tempo si incontrano, dove l’asse orizzontale e quello verticale della vita diventano uno. Questo punto è il cuore.
Di solito nel nostro coinvolgimento con gli oggetti noi non percepiamo le cose come esse sono realmente, ma vediamo soltanto le proiezioni dell’ego. Fino a quando le nostre percezioni non possono fiorire nel silenzio, in assenza di ego, non possiamo veramente conoscere la realtà. Vedete questo fiore? Lasciate che esso venga verso di voi nella sua pienezza senza sovrapporgli la vostra mente. L’osservazione reale è multidimensionale. Voi vedete, gustate, udite, toccate, provate, con tutto il vostro essere, globalmente. Il vero vedere è una ricettività attenta, una passività attiva. In questa osservazione può apparire un oggetto, ma non si è diretti verso di esso.
Come dovrei pensare alla morte, e come far fronte all’esperienza della morte?
Il pensiero appare nel silenzio e svanisce nel silenzio. Qualcosa che appare in qualcosa e che svanisce in qualcosa non è altro che quel qualcosa.
Allo stesso modo quello che lei pensa di essere appare e svanisce nel silenzio. Quello che intende come morte non è altro in realtà che un indicatore del silenzio, della vita stessa. La morte non ha realtà. Ma se non guarda le cose in questa prospettiva, allora l’idea della morte resta un’idea stagnante in cui si invischia. Finché si prenderà per un essere separato, per un’entità indipendente, sarà sottomesso alle leggi del karma. Proviamo a dirlo in altro modo: prima di parlare della morte, chieda a se stesso che cosa è la vita. Ogni percezione è, soltanto in quanto lei è eterno essere presente. Questa è la tela di fondo comune allo stato di veglia, di sogno e di sonno profondo. Nella conoscenza che vive, nel suo essere nel presente, il problema della morte non ha significato.

 

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Jean Klein

Il desiderio di interrogarsi sulla vita viene dalla vita stessa, da quella parte della vita che è ancora nascosta. La vita ci sprona a interrogarci. Vuole essere ammirata. Finché non lo è, la domanda rimane irrisolta.
La domanda “chi sono io?” appare spesso nel corso della vita ma le voltiamo le spalle. Ci sono molti momenti in cui siamo spronati a chiederci: “Cos’è la vita? Chi sono io?”.
Forse abbiamo sentito, sin dall’infanzia, un’indistinta nostalgia di “qualcosa di più”, un anelito divino. Forse sentiamo che ci sfugge la vera ragione della nostra nascita, scivolando via. Forse tutti i modi che abbiamo usato per cercare di dare un senso all’esistenza ci sono venuti a noia: l’accumulo di apprendimento, esperienze e ricchezze, ricerche religiose, distrazioni compulsive, droghe e quant’altro. Oppure stiamo attraversando una crisi in cui sentiamo di non poter più controllare la situazione. Forse temiamo semplicemente la morte.
Tutti questi accadimenti sono opportunità da non sprecare. Vengono dalla vita stessa, che ci chiama a guardare perché sa che, quando la vediamo davvero, non possiamo che ammirarla…
Perché evitiamo la chiamata a interrogarci? Perché evitiamo di scoprire chi siamo?
In gran parte perché abbiamo la profonda sensazione che interrogarsi seriamente significhi la morte di qualcosa a cui ci aggrappiamo, essendo questo qualcosa l’idea che abbiamo di noi stessi: la personalità, l’ego e tutto ciò che l’accompagna. Ma esitiamo anche perché non sappiamo davvero come porre la domanda, la sentiamo ma non riusciamo ad affrontarla, la sentiamo troppo grande per noi, ne siamo soggiogati.
La meraviglia di ciò è che entrambe queste scuse appartengono alla nostra innata saggezza, vengono dalla domanda stessa. Provano che sappiamo già più di quanto pensiamo.
Il primo passo nell’autoindagine è quindi vedere quanto siamo timorosi, come evitiamo ogni occasione di indagare davvero, come evitiamo il desiderio, come evitiamo la sensazione di mancanza. Magari li riconosciamo intellettualmente, ma non li accogliamo veramente. Non appena ammetteremo questa reazione, sentiremo che la vita ci sprona a indagare in ogni momento. La domanda sottende sempre tutte le nostre attività compensatorie.
Una volta che abbiamo accettato la sfida della vita è necessario sapere come porre la domanda in modo che sia potente, efficace e non ci deluda. Bisogna credere che la domanda ci condurrà alla risposta. Il nostro interrogarci deve diventare degno.
Per giungere a un’autoindagine efficace, deve esserci chiaro in che modo essa si distingue dagli altri tipi di indagine. Le nostre domande quotidiane naturalmente danno per scontalo che le risposte significheranno qualcosa per noi, che risuoneranno con le nostre esperienze, con la nostra memoria. Queste domande presuppongono un centro di riferimento, un “io” che può fare paragoni. che può interpretare.
In un mondo di riferimento in cui paragone e memoria sono strumenti essenziali, l’assunto che una risposta debba essere sullo stesso piano della domanda è perfettamente valido. Questo è il modo in cui comunichiamo verbalmente. Ma quando ci chiediamo “chi sono io?”, interrogandoci su colui che fa la domanda, mettiamo in discussione questo centro di riferimento e ovviamente ciò che viene messo in discussione non può darci una risposta.
In questa indagine, la memoria non ha un ruolo, perché cosa c’è di paragonabile a “io” o Vita? Non c’è via d’uscita. Noi siamo quello. Quindi siamo costretti a fermarci, senza sapere dove andare. Non lo sappiamo e basta. Si può passare una vita arrovellandosi sui limiti del concetto di Kant, ma quello che per il filosofo è il punto di arrivo dell’indagine, per il vero cercatore è solo il principio perché questo è il momento in cui egli si sposta dall’indagine spirituale “guidata da un presentimento” a quella che potremo chiamare la “Ricerca sacra”, che è la risposta.
La vera ricerca comincia quando questo non-conoscere cessa di essere un concetto agnostico e diventa un’esperienza vivente. Questo avviene improvvisamente quando la fine degli sforzi della mente è effettivamente sentita a ogni livello, cioè quando diventa una percezione immediata, piuttosto che mera comprensione.
Quando lo stato di “non so” viene accettato come un fatto, tutta l’energia che fino a quel momento era diretta all’esterno — alla ricerca di una risposta — o “all’interno” – cercando un’interpretazione – ora è libera dalla proiezione e viene mantenuta.
In altre parole, l’attenzione non è più diretta all’aspetto oggettivo, ma ritorna a riposare nella sua naturale multi-dimensionalità. Questo si manifesta come un improvviso riorientamento, un cambiamento nell’asse della propria esistenza: la fine della ricerca di risposte al di fuori della domanda stessa. Permettere al non-conosciuto di essere pienamente esplorato conduce colui che si interroga a un nuovo regno. È uno stato di espansione a ogni livello, un’apertura verso lo sconosciuto e quindi verso tutto ciò che è possibile.
Non c’è nulla di introverso o mistico nel vivere nell’apertura, nella vigilanza. Gli strumenti dell’esistenza, della memoria, vanno e vengono a seconda del bisogno, ma la presenza in cui essi vanno e vengono rimane. La scomparsa del centro di riferimento smette di significare inconsapevolezza, vuoto, morte.
C’è il continuum della coscienza, la Vita, in cui i fenomeni compaiono e scompaiono. Soltanto in questo ci sono assoluta sicurezza e realizzazione. Da questo momento i residui dell’elaborazione, della soggettività, diventano più modesti, non alimentati da nulla al di fuori della domanda stessa, finché i residui della Domanda Vivente si dissolvono nella Risposta Vivente.

 

 

mano che disegna un cerchio

Tant que le corps persiste, l’illusion d’une identité se maintient. Mais ce phénomène s’arrête de lui-même, lorsque le corps cesse d’exister. Ainsi, celui pour qui l’ignorance spirituelle a été abrogée, est enfin libéré.

Abhinavagupta, Tantraloka, 49

 

antonio canovan
Antonio Canova

Toute forme de pratique se limite à un but, à un seul résultat. Mais c’est un obstacle quand il n’y a pas de but à atteindre, étant donné que ce que vous cherchez est là et a toujours été là. Quand l’esprit est vide de tout désir d’être quelque chose, il est en paix et l’attention passe spontanément de l’objet à l’ultime « sujet », un avant-goût de votre vraie nature.

Soyez vigilant, lucide, soyez conscient de votre constant désir d’être ceci ou cela et ne faites pas d’effort. Ce que vous êtes est non orienté, aussi toute orientation ne peut que vous empêcher d’être consciemment ce que vous êtes. Dans cet abandon de toute tentative, le temps cesse d’exister, il n’y a plus d’attente.

Il existe toujours une certaine dose de conditionnement culturel et biologique. Cela appartient à notre existence. Etre libre ne veut pas dire que vous ayez à nier, à éliminer, par la volonté ou le refus, ce conditionnement. Cela veut dire que vous ne devez pas vous identifier à lui. N’essayez pas de vous libérer parce que vous savez que vous êtes libre. Ainsi il n’y aura pas de réaction contre le passé, contre la société.

L’humanité est sur la terre depuis des millions d’années mais la liberté et l’amour n’ont jamais été soumis au changement ou aux conditionnements. La liberté et l’amour sont au-delà de tout concept et de toute forme, au-delà du temps et de l’espace.

Nous devons d’abord voir que nous ne pouvons vouloir être ouverts parce que l’ouverture est notre nature même. Toute minuscule parcelle de volonté, de désir d’ouverture nous éloigne de ce que nous sommes. La volonté de conduit jamais au delà de la volonté.

La seule façon de se libérer de cette quadrature du cercle est de voir clairement que l’ouverture est un état sans ego, qu’elle est ici et maintenant.Votre nature réelle est connaissance. Elle ne peut être connue. Tout ce que l’esprit peut savoir n’est pas vous.

Votre « je » deviens une réalité vivante une fois que l’idée que la société vous à donné d’être une entité séparée vous à entièrement quitté – en même temps que les désirs, les peurs et l’imagination, la croyance d’être ceci ou cela.

Une réminiscence, un avant-goût de votre être non-limité rendra immédiatement clair que tout cela n’est pas la réalité mais seulement son expression. Vous serez instantanément convaincu de ce que vous êtes. La vérité de la nature de l’existence se révélera spontanément à vous : C’est vous qui donnez naissance à tout ce qui existe.

Sans la conscience, rien ne serait. Ce qui est expérimenté sur un plan phénoménal n’est pas vous mais une extension de vous-même. L’expérience est en vous mais vous n’êtes pas l’expérience.

En vivant votre liberté, vous êtes libre de choix, libre de lutte, libre du besoin de vous définir ou de vous qualifier d’une façon quelconque. Tout ce qui existe apparaît dans la conscience, mais la conscience n’est pas perdue dans l’existence. Je ne peux vous le prouver par des mots, pas plus qu’une information de seconde main peut vous convaincre.

Faites-en vous-même la preuve et vous trouverez votre vraie patrie. Alors n’existe plus qu’une gratitude sans personne pour remercier.

Vous n’êtes ni ceci ni cela. Vous êtes le connaisseur de toutes chose, perception première, être sans limites.

Jean Klein

 

“Lei deve ascoltare il suo corpo, i suoi sensi, la sua mente, ed è un ascolto che richiede il lasciare la presa di tutto ciò che si crede di sapere, di tutti i condizionamenti e gli schemi.
Ascoltare è sul fondo di tutto ciò che appare. È silenzio. […]
L’idea che ci sia attualmente qualcosa da raggiungere è profondamente radicata, perciò continuiamo a vivere nel processo del divenire, proiettando energia per prendere e per conservare qualcosa. Ma un ascolto senza motivazione ribadisce la convinzione che qui non c’è realmente nulla da guadagnare o da perdere; allora il condizionamento abbandona la mente, l’agitazione si placa e si fa la tranquillità. Diventate allora come il pescatore che non controlla né il pesce né l’acqua. Egli si limita ad essere attento. E giunge a sentire che ogni cosa è contenuta in questa attenzione, in questo sguardo silenzioso, che non vi è nulla oltre a ciò. È allora che vi trovate sulla soglia del vostro vero essere. Ma non c’è sforzo di volontà che vi ci possa condurre. Si è scelti dall’Essere stesso” . (Jean Klein).

 

fiore arancio

Jean Klein – “Trasmettere la luce”

“Ai nostri giorni la gente conserva certe formulazioni tradizionali così come sono state espresse da centinaia, da migliaia di anni fa. La formulazione di una tradizione andava di pari passo con la comprensione, con il livello di ogni società nella sua epoca. La formulazione di questa tradizione costituisce la dottrina. Questo deriva dall’aspetto tradizionale. La tradizione, come la vedo io, significa essere ciò che costituisce la verità che viene trasmessa, questo vuol dire che é la verità a trasmettere la verità. Non potete mai trasmettere la dottrina, La dottrina viene formulata ogni venti o cinquanta anni. Si potrebbe anche dire che la dottrina si forma da un istante all’altro.

In effetti, tradizione significa : Ciò che é trasmesso, ed é la verità ad essere trasmessa. Le idee, la dottrina non possono mai provocare una trasmutazione.  Unicamente la verità trasmessa può provocare la trasmutazione dell’insieme psicosomatico. L’insieme psicosomatico, di per sé, non può mai trasformarsi, solo la coscienza, la verità, possono trasformarlo. In realtà, in ogni insegnamento religioso vi é una parte exoterica, quella tradizionale, ed una parte esoterica, la Tradizione. La parte exoterica è totalmente convenzionale e non rappresenta realmente l’essenza dell’insegnamento. L’essenza dell’insegnamento é esoterica. L’interpretazione su un piano esoterico, di ogni tradizione, il Giudaismo, il Cristianesimo, il Taoismo, ecc, é l’unica verità. Non ci sono diverse verità, la verità é una. No potete né oggettivarla, né percepirla. Potete solamente esserlo. La verità si trasmette unicamente attraverso la verità. La trasmutazione si può verificare solo tramite la nostra vera natura, la nostra vera natura che conosce se stessa, di per sé stessa, e non ha alcun bisogno di un attore.”

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“Les gens conservent de nos jours certaines formulations traditionnelles telles qu’elles ont été exprimées voici des centaines, des milliers d’années de cela. La formulation d’une tradition allait de pair avec la compréhension, avec le niveau de chaque société à son époque. La formulation de cette tradition constitue la doctrine. Cela relève de l’aspect traditionnel. La tradition, telle que je la vois, signifie que c’est ce qui constitue la vérité qui est transmis, cela veut dire que c’est la vérité qui transmet la vérité. Vous ne pouvez jamais transmettre la doctrine. La doctrine est formulée tous les vingt ou cinquante ans. Vous pourriez même dire que la doctrine se forme d’un instant à l’autre.

Aussi tradition signifie-t-il: Ce qui est transmis. Et c’est la vérité qui est transmise. Les idées, la doctrine ne peuvent jamais entraîner une transmutation. C’est seulement la vérité transmise qui peut provoquer la transmutation de l’ensemble psychosomatique. L’ensemble psychosomatique, réduit à lui-même, ne peut jamais se transformer. C’est uniquement la conscience, la vérité, qui peuvent la transformer. Aussi y a-t-il dans tout enseignement religieux une partie exotérique, la traditionnelle, et une partie ésotérique, la Tradition. La partie exotérique est tout à fait conventionnelle et ne représente pas réellement l’essence de l’enseignement. L’essence de l’enseignement est ésotérique. L’interprétation, sur un plan ésotérique, de chaque tradition, le Judaïsme, le Christianisme, le Taoïsme, etc., est la seule vérité. Il n’y a pas plusieurs vérités, la vérité est une. Vous ne pouvez ni l’objectiver, ni la percevoir. Vous pouvez seulement l’être. La vérité se transmet uniquement à travers la vérité. La transmutation ne peut se produire qu’au travers de notre vraie nature, notre vraie nature qui se connaît elle-même par elle-même, et n’a nul besoin d’un acteur.”

Jean Klein, Transmettre la lumière