Sulla via diretta

Jean Klein

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Musicologo, di formazione medica, visse per alcuni anni in India dove incontrò il suo Maestro che lo iniziò alla saggezza tradizionale dell’Advaita-Vedanta. In questo insegnamento l’approccio è diretto, si realizza al di là della mente e non richiede sforzo, ma punta verso l’ultima Realtà.

 

“Non vi è nulla da raggiungere, nulla da perdere.. e non potete mai ottenere ciò che già siete … si rivela da sé”.

“Non potete trovare il vostro essere naturale nel processo del divenire. Quando ne siete convinti, questo vi apre ad una nuova dimensione della vita.
Nella via diretta vivete in questa dimensione sin dall’inizio”.

“Nella via diretta vi confrontate subito con l’ultimo principio.
La supposizione di base della via diretta è che il nostro non-stato globale è già presente ed è in attesa della distensione profonda delle abitudini corporali-mentali”.

Utilizziamo gli elementi di progressione solo per chiarificare, come per esempio il lavoro di sensazione corporale; ma non viene mai messo l’accento sull’oggetto. L’ultimo soggetto si rivela tramite l’oggetto.
“Nella via diretta si stabilisce una non-relazione con l’oggetto… l’oggetto appartiene allora alla vostra pienezza. Ogni movimento per raggiungerlo è un allontanamento”.

“Nella via diretta, lo stato neutro non si concretizza mai. Il movimento dal vuoto alla pienezza è il movimento della grazia”.

Anche se l’asse si sposta in un istante, ci vuole tempo per che le abitudini passate scompaiano.

 

la quete sacrèe
dal blog “Yoga de l’écoute”

 

 

 

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Jean Klein

Il desiderio di interrogarsi sulla vita viene dalla vita stessa, da quella parte della vita che è ancora nascosta. La vita ci sprona a interrogarci. Vuole essere ammirata. Finché non lo è, la domanda rimane irrisolta.
La domanda “chi sono io?” appare spesso nel corso della vita ma le voltiamo le spalle. Ci sono molti momenti in cui siamo spronati a chiederci: “Cos’è la vita? Chi sono io?”.
Forse abbiamo sentito, sin dall’infanzia, un’indistinta nostalgia di “qualcosa di più”, un anelito divino. Forse sentiamo che ci sfugge la vera ragione della nostra nascita, scivolando via. Forse tutti i modi che abbiamo usato per cercare di dare un senso all’esistenza ci sono venuti a noia: l’accumulo di apprendimento, esperienze e ricchezze, ricerche religiose, distrazioni compulsive, droghe e quant’altro. Oppure stiamo attraversando una crisi in cui sentiamo di non poter più controllare la situazione. Forse temiamo semplicemente la morte.
Tutti questi accadimenti sono opportunità da non sprecare. Vengono dalla vita stessa, che ci chiama a guardare perché sa che, quando la vediamo davvero, non possiamo che ammirarla…
Perché evitiamo la chiamata a interrogarci? Perché evitiamo di scoprire chi siamo?
In gran parte perché abbiamo la profonda sensazione che interrogarsi seriamente significhi la morte di qualcosa a cui ci aggrappiamo, essendo questo qualcosa l’idea che abbiamo di noi stessi: la personalità, l’ego e tutto ciò che l’accompagna. Ma esitiamo anche perché non sappiamo davvero come porre la domanda, la sentiamo ma non riusciamo ad affrontarla, la sentiamo troppo grande per noi, ne siamo soggiogati.
La meraviglia di ciò è che entrambe queste scuse appartengono alla nostra innata saggezza, vengono dalla domanda stessa. Provano che sappiamo già più di quanto pensiamo.
Il primo passo nell’autoindagine è quindi vedere quanto siamo timorosi, come evitiamo ogni occasione di indagare davvero, come evitiamo il desiderio, come evitiamo la sensazione di mancanza. Magari li riconosciamo intellettualmente, ma non li accogliamo veramente. Non appena ammetteremo questa reazione, sentiremo che la vita ci sprona a indagare in ogni momento. La domanda sottende sempre tutte le nostre attività compensatorie.
Una volta che abbiamo accettato la sfida della vita è necessario sapere come porre la domanda in modo che sia potente, efficace e non ci deluda. Bisogna credere che la domanda ci condurrà alla risposta. Il nostro interrogarci deve diventare degno.
Per giungere a un’autoindagine efficace, deve esserci chiaro in che modo essa si distingue dagli altri tipi di indagine. Le nostre domande quotidiane naturalmente danno per scontalo che le risposte significheranno qualcosa per noi, che risuoneranno con le nostre esperienze, con la nostra memoria. Queste domande presuppongono un centro di riferimento, un “io” che può fare paragoni. che può interpretare.
In un mondo di riferimento in cui paragone e memoria sono strumenti essenziali, l’assunto che una risposta debba essere sullo stesso piano della domanda è perfettamente valido. Questo è il modo in cui comunichiamo verbalmente. Ma quando ci chiediamo “chi sono io?”, interrogandoci su colui che fa la domanda, mettiamo in discussione questo centro di riferimento e ovviamente ciò che viene messo in discussione non può darci una risposta.
In questa indagine, la memoria non ha un ruolo, perché cosa c’è di paragonabile a “io” o Vita? Non c’è via d’uscita. Noi siamo quello. Quindi siamo costretti a fermarci, senza sapere dove andare. Non lo sappiamo e basta. Si può passare una vita arrovellandosi sui limiti del concetto di Kant, ma quello che per il filosofo è il punto di arrivo dell’indagine, per il vero cercatore è solo il principio perché questo è il momento in cui egli si sposta dall’indagine spirituale “guidata da un presentimento” a quella che potremo chiamare la “Ricerca sacra”, che è la risposta.
La vera ricerca comincia quando questo non-conoscere cessa di essere un concetto agnostico e diventa un’esperienza vivente. Questo avviene improvvisamente quando la fine degli sforzi della mente è effettivamente sentita a ogni livello, cioè quando diventa una percezione immediata, piuttosto che mera comprensione.
Quando lo stato di “non so” viene accettato come un fatto, tutta l’energia che fino a quel momento era diretta all’esterno — alla ricerca di una risposta — o “all’interno” – cercando un’interpretazione – ora è libera dalla proiezione e viene mantenuta.
In altre parole, l’attenzione non è più diretta all’aspetto oggettivo, ma ritorna a riposare nella sua naturale multi-dimensionalità. Questo si manifesta come un improvviso riorientamento, un cambiamento nell’asse della propria esistenza: la fine della ricerca di risposte al di fuori della domanda stessa. Permettere al non-conosciuto di essere pienamente esplorato conduce colui che si interroga a un nuovo regno. È uno stato di espansione a ogni livello, un’apertura verso lo sconosciuto e quindi verso tutto ciò che è possibile.
Non c’è nulla di introverso o mistico nel vivere nell’apertura, nella vigilanza. Gli strumenti dell’esistenza, della memoria, vanno e vengono a seconda del bisogno, ma la presenza in cui essi vanno e vengono rimane. La scomparsa del centro di riferimento smette di significare inconsapevolezza, vuoto, morte.
C’è il continuum della coscienza, la Vita, in cui i fenomeni compaiono e scompaiono. Soltanto in questo ci sono assoluta sicurezza e realizzazione. Da questo momento i residui dell’elaborazione, della soggettività, diventano più modesti, non alimentati da nulla al di fuori della domanda stessa, finché i residui della Domanda Vivente si dissolvono nella Risposta Vivente.

 

 

mano che disegna un cerchio

Tant que le corps persiste, l’illusion d’une identité se maintient. Mais ce phénomène s’arrête de lui-même, lorsque le corps cesse d’exister. Ainsi, celui pour qui l’ignorance spirituelle a été abrogée, est enfin libéré.

Abhinavagupta, Tantraloka, 49

 

antonio canovan
Antonio Canova

Toute forme de pratique se limite à un but, à un seul résultat. Mais c’est un obstacle quand il n’y a pas de but à atteindre, étant donné que ce que vous cherchez est là et a toujours été là. Quand l’esprit est vide de tout désir d’être quelque chose, il est en paix et l’attention passe spontanément de l’objet à l’ultime « sujet », un avant-goût de votre vraie nature.

Soyez vigilant, lucide, soyez conscient de votre constant désir d’être ceci ou cela et ne faites pas d’effort. Ce que vous êtes est non orienté, aussi toute orientation ne peut que vous empêcher d’être consciemment ce que vous êtes. Dans cet abandon de toute tentative, le temps cesse d’exister, il n’y a plus d’attente.

Il existe toujours une certaine dose de conditionnement culturel et biologique. Cela appartient à notre existence. Etre libre ne veut pas dire que vous ayez à nier, à éliminer, par la volonté ou le refus, ce conditionnement. Cela veut dire que vous ne devez pas vous identifier à lui. N’essayez pas de vous libérer parce que vous savez que vous êtes libre. Ainsi il n’y aura pas de réaction contre le passé, contre la société.

L’humanité est sur la terre depuis des millions d’années mais la liberté et l’amour n’ont jamais été soumis au changement ou aux conditionnements. La liberté et l’amour sont au-delà de tout concept et de toute forme, au-delà du temps et de l’espace.

Nous devons d’abord voir que nous ne pouvons vouloir être ouverts parce que l’ouverture est notre nature même. Toute minuscule parcelle de volonté, de désir d’ouverture nous éloigne de ce que nous sommes. La volonté de conduit jamais au delà de la volonté.

La seule façon de se libérer de cette quadrature du cercle est de voir clairement que l’ouverture est un état sans ego, qu’elle est ici et maintenant.Votre nature réelle est connaissance. Elle ne peut être connue. Tout ce que l’esprit peut savoir n’est pas vous.

Votre « je » deviens une réalité vivante une fois que l’idée que la société vous à donné d’être une entité séparée vous à entièrement quitté – en même temps que les désirs, les peurs et l’imagination, la croyance d’être ceci ou cela.

Une réminiscence, un avant-goût de votre être non-limité rendra immédiatement clair que tout cela n’est pas la réalité mais seulement son expression. Vous serez instantanément convaincu de ce que vous êtes. La vérité de la nature de l’existence se révélera spontanément à vous : C’est vous qui donnez naissance à tout ce qui existe.

Sans la conscience, rien ne serait. Ce qui est expérimenté sur un plan phénoménal n’est pas vous mais une extension de vous-même. L’expérience est en vous mais vous n’êtes pas l’expérience.

En vivant votre liberté, vous êtes libre de choix, libre de lutte, libre du besoin de vous définir ou de vous qualifier d’une façon quelconque. Tout ce qui existe apparaît dans la conscience, mais la conscience n’est pas perdue dans l’existence. Je ne peux vous le prouver par des mots, pas plus qu’une information de seconde main peut vous convaincre.

Faites-en vous-même la preuve et vous trouverez votre vraie patrie. Alors n’existe plus qu’une gratitude sans personne pour remercier.

Vous n’êtes ni ceci ni cela. Vous êtes le connaisseur de toutes chose, perception première, être sans limites.

Jean Klein

 

“Lei deve ascoltare il suo corpo, i suoi sensi, la sua mente, ed è un ascolto che richiede il lasciare la presa di tutto ciò che si crede di sapere, di tutti i condizionamenti e gli schemi.
Ascoltare è sul fondo di tutto ciò che appare. È silenzio. […]
L’idea che ci sia attualmente qualcosa da raggiungere è profondamente radicata, perciò continuiamo a vivere nel processo del divenire, proiettando energia per prendere e per conservare qualcosa. Ma un ascolto senza motivazione ribadisce la convinzione che qui non c’è realmente nulla da guadagnare o da perdere; allora il condizionamento abbandona la mente, l’agitazione si placa e si fa la tranquillità. Diventate allora come il pescatore che non controlla né il pesce né l’acqua. Egli si limita ad essere attento. E giunge a sentire che ogni cosa è contenuta in questa attenzione, in questo sguardo silenzioso, che non vi è nulla oltre a ciò. È allora che vi trovate sulla soglia del vostro vero essere. Ma non c’è sforzo di volontà che vi ci possa condurre. Si è scelti dall’Essere stesso” . (Jean Klein).