È stato riscoperto di recente, è un testo molto antico, probabilmente la prima fonte che abbiamo sulle pratiche di auto coltivazione psicofisica all’interno delle tradizioni cinesi.
Il titolo si può intendere come addestramento interiore o coltivazione interiore, un testo del periodo pre-imperiale e databile sostanzialmente alla metà del IV sec. a.C.. Il Neye è stato a lungo dimenticato, le circostanze della sua scoperta sono determinate dallo sviluppo dei vasti cantieri della senologia degli ultimi decenni.
Archeologia e filologia ci hanno fatto riscoprire una quantità di testi di cui ignoravano l’esistenza. In questo fervore di scoperte si è cominciato a guardare in modo diverso quelle che erano le raccolte che l’antichità ci aveva tramandato: una nuova prospettiva, un nuovo sguardo che si è lanciato sui testi antichi.
Il Neiye era finito in una miscellanea composita che in qualche modo ne aveva occultato la presenza, un testo noto eppure invisibile, perché incluso dai bibliotecari imperiali in una miscellanea composita.
Un rinnovato sguardo ha consentito di decostruire quella collezione e di riscoprirlo come testo autonomo, collegandolo a tutta una serie di altri testi che sono stati scoperti negli ultimi decenni per effetto di nuove ricerche archeologiche.
L’auto coltivazione del taoismo
Il tema centrale del Neye è coltivare se stessi da un punto di vista psicofisico, cercare dentro di sé le risorse per affinare le proprie disposizioni naturali per sviluppare la coscienza di sé e del legame con il mondo esterno.
L’orientamento fondamentale di questo breve testo è di porsi in sintonia con l’armonia del cosmo, cioè mettere all’unisono il proprio respiro con quello del cosmo.
Una disciplina fatta di costanza, concentrazione rivolta anche agli aspetti fisici, come a quelli dietetici. Infatti c’è una serie di prescrizioni che riguardano appunto il corpo. Le pratiche di respirazione sono fondamentali in questo testo, come in altri testi riferiti all’auto coltivazione della medesima epoca.
Il Neiye contiene anche un aspetto introspettivo che porta a una purificazione del cuore, a una purificazione dalle passioni egoistiche, da tutto ciò che è parzialità, egoismo è parzialità.
Una sorta di auto educazione da un lato fisica, e dall’altro è invece spirituale.
Porsi in sintonia, ritrovare la grande armonia, in questo testo è dichiarato: potenziare le facoltà umane a un livello che rende l’essere umano paragonabile al divino.
Attraverso questo esercizio di auto coltivazione, il testo afferma che l’essere umano raggiunge una dimensione oltre umana, una dimensione che appunto col termine cinese viene chiamata shen.
Una prospettiva fortemente unitaria, una ricerca, una saggezza in un orientamento eminentemente unitario: corpo e spirito (cuore mente – shen). Una dimensione dello sviluppo personale che comunque si connette a una dimensione sociale.
In questi testi dell’epoca imperiale la salvezza del singolo è sempre concepita in forte connessione con la salvezza del mondo intero. In altri termini, riordinare sé stessi è la premessa ineludibile per riordinare il mondo.
Taosimo: riordinare sé stessi per riordinare il mondo
Accanto al termine di Tao c’è quello di Qi (pronuncia: ˈt͡ʃi): il soffio, l’energia vitale, l’ideogramma rappresenta il vapore che si dispiega a partire dalla bollitura del riso.
L’idea di un soffio, di un respiro, di un nutrimento vitale nella concezione cosmologica a cui si riferisce il Neye condivisa anche da tanti altri testi.
Il Qi è l’energia vitale che percorre tutti gli esseri e tutti gli esseri sono appunto costituiti da una sua condensazione o rarefazione. Il Qi è l’elemento che unifica tutta la realtà, ancora una volta ci troviamo di fronte a una concezione fortemente unitaria che viene percepita come animata da un unico grande soffio.
La vita del cosmo di cui l’essere umano è parte, appartiene a lui, al suo cuore e alle sue emozioni, al suo complesso psicofisico. Ma tutta questa vita cosmica che si esprime nel suo petto è anche quella che lo accomuna alla grande vita, al grande respiro della totalità della natura.
Quando parliamo di religio per questi testi della Cina antica, in particolare si tratta di riscoprire questa relazione così intima e profonda che lega ciascun essere umano alla totalità, che lo racchiude in quanto generato e rispetto al quale c’è un rapporto di gratitudine.
Gratitudine per la vita che si è ricevuta, un’idea di familiarità anche rispetto alla natura, il riconoscersi figlio prevede un rapporto di riconoscenza, un bene che la natura ci dà nel suo metterci al mondo.
Sia la coltivazione interiore, sia la concezione del cosmo, sono entrambe incentrate sulla nozione di Qi, cioè dell’energia vitale, la finalità dell’auto coltivazione è proprio quella di rimettere all’unisono il proprio respiro con quello del cosmo.
Un altro grande termine chiave intorno al quale si dispiega il Neye, come tutto il pensiero antico cinese, è la nozione di armonia, l’armonia da ritrovare, da costituire attraverso la relazione con la realtà più ampia che ci include, non si tratta della contemplazione di un’armonia immota, immobile: già data, piuttosto si tratta di voler ricostruire e ricercare un’armonia muovendo dalla percezione di una grande disarmonia.
Un aspetto a cui a volte non si fa attenzione è che nell’età assiale in Cina non abbiamo un periodo di pace e prosperità, ma quello degli Stati combattenti: un periodo di feroci conflitti, sanguinari, attraverso i quali si disintegra l’ordine arcaico della società cinese e si pongono le premesse della sanguinosa gestazione per quello che sarà l’Impero centralizzato fondato nel 221 a.C. dal sovrano di Qin, il primo imperatore celeberrimo per la ingente quantità di soldati di terracotta che ha voluto lo accompagnassero nella sua sepoltura.
L’epoca in cui nasce questa ricerca dell’armonia, così enfaticamente celebrata da tutto il pensiero della Cina antica, è un’epoca di grande disarmonia e quindi il pensiero, coraggiosamente, cerca il pensiero dell’età assiale.
Consapevoli dei conflitti e quindi della necessità di creare un ordine nuovo, di creare una nuova armonia che non sia quella fondata sulla pura sopraffazione. Un nuovo ordine del mondo rispetto al quale ci sono ricette diverse: i confuciani ne hanno una, i taoisti un’altra.
La ricerca dell’armonia, a partire dal conflitto e dalla disarmonia, è la grande istanza che percorre tutto il pensiero dell’età assiale.
Vorrei sottolineare un’altra caratteristica del Neye che lo accosta al Laos, lo definirei appunto il pensiero portante. Ne cito un passaggio:
dentro il cuore, un altro cuore è presente, questo cuore dentro il cuore è pensiero che precede le parole
Questo appena citato è uno dei passaggi suggestivi che scava all’interno del cuore umano per cercare l’afflato dell’armonia cosmica, l’energia vitale che pervade tutto il mondo, dal basso all’alto, dalle costellazioni ai fili d’erba.
Questo incipit molto bello e molto suggestivo, cosmico delle idee, mi ha fatto in qualche modo pensare al grande incipit del De rerum natura.
Allora perché rileggere questo testo antico?
Certamente i filologi hanno le loro motivazioni, ma io penso che possa essere un testo interessante anche per molti altri lettori, che potrebbero chiedersi se questi testi antichi, se e in quale misura possano diventare una risorsa per pensieri moderni.
Tianxia significa: “tutto quanto sta sotto il cielo”, ossia il mondo, sia la dimensione politica delle idee che quella dell’arte, si tratta di ordinare sé stessi, di dare armonia a se stessi.
Spesso si contrappone l’energia confuciana allo spirito contemplativo taoista, in realtà non è così, c’è uno spirito contemplativo anche in tante pagine di Confucio e di Mencio, così come c’è una fortissima energia attiva: una vocazione al governo del mondo. Così anche i testi taoisti tanto il Laos quanto il Neye ce ne danno una prova: Il sogno della grande armonia.»
Matteo Mannucci (Dottore in Psicologia)
